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Struttura e funzioni

La vitamina B12 è detta la “vitamina rossa” in quanto si presenta sottoforma di composto cristallino dal colore rosso vivo. La vitamina B12 è la vitamina del gruppo B più grande e strutturalmente più complessa. Nota anche con il nome di “cobalamina”, la sua struttura chimica è formata da un anello con al centro un atomo del minerale cobalto (Co), un elemento biochimicamente raro, responsabile della colorazione intensa. Oltre al cobalto, la cobalamina contiene carbonio (C), ossigeno (O), fosforo (P) e azoto (N); è una vitamina idrosolubile, stabile al calore anche se sensibile in soluzioni acide o alcaline riscaldate; durante la cottura infatti può perdere fino al 70% della sua attività mentre se esposta alla luce per tempi prolungati la perdita di funzionalità avviene più lentamente. Il ruolo principale della vitamina B12 consiste nella regolazione della sintesi del DNA e dell’emoglobina, promuovendo la formazione e la crescita dei globuli rossi nel midollo osseo. Svolge inoltre un’azione di controllo sul metabolismo del sistema nervoso centrale, favorendo la formazione della guaina mielinica, la proteina che avvolge e protegge le fibre nervose consentendo una veloce e appropriata conduzione dell’impulso nervoso.

Nel corpo umano, la cobalamina ha funzione di coenzima (ovvero la sua presenza è necessaria affinché una reazione enzimatica avvenga correttamente) ed interviene in due importanti reazioni biochimiche: la prima prevede la trasformazione del metilmalonil-CoenzimaA a succinil-CoenzimaA, mentre la seconda la conversione dell’omocisteina nell’amminoacido essenziale metionina. Quest’ultima reazione avviene in presenza di acido folico. I due prodotti finali, succinil-CoA e metionina, svolgono funzioni essenziali per l’organismo. Il succinil-CoA è implicato nel metabolismo di grassi e carboidrati e nel processo che porta alla formazione dei nucleotidi, ovvero i mattoni necessari alla sintesi del DNA; la metionina invece è un amminoacido solforato (che contiene zolfo, S) in grado di abbassare i livelli di colesterolo nel corpo, di proteggere i reni, di disintossicare l’organismo dai metalli pesanti oltre che di ridurre l’accumulo eccessivo di grasso nel fegato. Inoltre, è proteinogenica in quanto interviene nella sintesi di molte proteine.

Storia

La scoperta ed il successivo isolamento della cobalamina avvenne nell’arco di 100 anni, dal XIX al XX secolo. Nel XIX secolo la gente moriva spesso a causa dell’anemia perniciosa, una patologia causata da una disfunzione metabolica e malassorbimento di vitamina B12. Tale anemia era caratterizzata da un ingrossamento anomalo dei globuli rossi e per tal motivo definita anche “megaloblastica”, spesso con esito letale. Il termine “perniciosa”, ovvero maligna, incurabile fu dato dal medico internista tedesco Anton Biermer nel 1872. Durante il XIX secolo i medici osservarono che tale forma di anemia presentava anche una grave neuropatia chiamata inizialmente degenerazione subacuta combinata: i pazienti infatti mostravano sintomi neurologici con disturbi della sensibilità, formicolìo e degenerazione dei circuiti nervosi. Tuttavia all’epoca non erano ancora chiari i meccanismi responsabili della degenerazione neuronale associata all’anemia. Soltanto alla fine della Grande Guerra si scoprì la correlazione tra l’anemia perniciosa e la dieta. Infatti, i pazienti sottoposti ad una dieta particolarmente ricca di fegato e carne rossa, consumati anche crudi, guarivano e si ristabilivano dall’anemia perniciosa. Solo nel 1948 è stato possibile isolare dal fegato il fattore “terapeutico” a cui fu dato il nome di vitamina B12 e nel 1955 fu definitivamente compresa la sua struttura chimica. Furono poi identificate chiaramente le cause di questa forma di anemia degli adulti; essa è infatti determinata dall’assenza del cosiddetto Fattore Intrinseco (o Gastrico antipernicioso, o di Castle), indispensabile per l’assorbimento della cobalamina (Fattore Estrinseco). Il Fattore Intrinseco è una glicoproteina secreta dal alcune ghiandole della mucosa gastrica: la perdita di produzione di tale sostanza è in genere causata dalla perdita delle cellule che lo producono in seguito a processi autoimmuni. Deficit di fattore intriseco, con deficit di vitamina B12 sono stati osservati anche in persone che soffrono di gastrite atrofica o di patologie gastrointestinali come il morbo di Chron, celiachia, che hanno fatto un uso prolungato di terapie antiacido o che hanno subìto un intervento di chirurgia bariatrica in caso di obesità severa. Vi sono poi alcuni casi caratterizzati da mutazioni genetiche nel metabolismo della vitamina B12.

Fonti

L’essere umano non è in grado di produrre vitamina B12, pertanto deve assumerla dalla dieta; l’assorbimento di cobalamina avviene a livello dei primi tratti dell’intestino. Nella maggior parte dei casi però, un deficit di vitamina B12 è correlato ad una insufficiente assunzione con la dieta. Gli unici organismi in grado di produrre vitamina B12 sono alcuni batteri e archeobatteri (i più antichi microrganismi in grado di sopravvivere in condizioni estreme). Alcuni di questi batteri sono stati ritrovati nel terreno e nell’erba di cui si ciba la maggior parte dei ruminanti; una volta ingeriti, questi microrganismi proliferano ed entrano a far parte della flora intestinale degli animali continuando a produrre vitamina B12. Rispetto a buona parte delle vitamine, la cobalamina è presente soprattutto nei prodotti di derivazione animale, motivo per cui la carenza è associata principalmente a chi segue una dieta vegetariana e vegana (non bilanciata) o in quelle popolazioni che, per ragioni socioculturali o di povertà non hanno accesso ai prodotti di derivazione animale. A prescindere dalle scelte alimentari, tutti dovrebbero integrare la cobalamina e, proprio per l’importanza che riveste la sua corretta assunzione, la vitamina B12 viene oggi supplementata nelle preparazioni industriali (specialmente preparati a base di cereali per la colazione, barrette, pasta e panificati) e anche in alcune bevande energetiche (ad esempio Red Bull e Burn).

Le migliori fonti di vitamina B12 sono:

  • Carne (specialmente fegato, reni e frattaglie) di bovino, suino, coniglio
  • frutti di mare, specialmente le cozze e crostacei
  • pesce, ed in particolare tonno, merluzzo, sardine, sgombro, salmone, triglia, trota
  • uova
  • latte e derivati tra i quali yogurt, mozzarella, formaggi stagionati (parmigiano, provolone, groviera…)
  • prodotti a base di soia fermentata, legumi
  • prodotti contenenti cianobatteri, impropriamente definiti alghe azzurre (spirulina, klamath)


Contenuto di vitamina B12 in alcuni alimenti e fabbisogno giornaliero

Nella Tabella 1 sono riportati i microgrammi (mcg) di vitamina B12 contenuti in 1 etto dei principali alimenti che la contengono. I dati sono estratti dalla IV Revisione dei Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed  energia per la popolazione italiana (LARN) che rappresenta il documento nazionale che la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) raccomanda a coloro che si occupano di nutrizione. Per chi sceglie di seguire una dieta vegetariana o vegana stretta è possibile integrare la vitamina B12 attraverso cibi fortificati quali i latti vegetali (soia, riso, mandorle, cocco…), cereali e prodotti per la colazione, prodotti a base di soia e cereali o tramite specifici integratori delle vitamine del gruppo B o supplementi vitaminici di B12. Per quanto riguarda i vegetariani ovo-lattei, essi sono in grado di apportare adeguate quantità di vitamina B12 a partire da latticini e uova. Nella Tabella 2, gli esperti della SINU hanno riportato il contenuto di vitamina B12 negli alimenti che compongono la dieta vegetariana.

Secondo la Tabella 3 della SINU, per un adulto (comprese donne, uomini e adolescenti dai 14 anni in su) il fabbisogno giornaliero è pari a 2 mcg mentre si raccomanda una quantità di 2,4 mcg al giorno. L’assunzione dietetica raccomandata nota come RDA (Recommended Dietary Allowances) è leggermente superiore rispetto al fabbisogno medio stimato in modo da identificare le quantità necessarie a coprire anche il fabbisogno di persone con esigenze superiori alla media. Per le donne in gravidanza e allattamento, la RDA andrebbe aumentata (2,6 mcg e 2,8 mcg rispettivamente). Per i bambini di età compresa da 1 e 14 anni la RDA aumenta con l’età da 0,9 a 2,2 mcg.

tab 1

Tabella 1

 

tab 2

Tabella 2

 

tab 3

Tabella 3

 

Livelli normali e benefici della Vitamina B12

In caso di presenza di sintomatologia quale: stanchezza, affaticamento, formicolio alle mani e ai piedi, mal di testa, sbalzi di umore, diagnosi di anemia o sospetto di patologie di malassorbimento il medico potrebbe prescrivere un test per monitorare i livelli di vitamina B12 mediante prelievo ematico. Livelli normali di cobalamina nel sangue si attestano tra i 190 e i 900 nanogrammi per millilitro (ng/ml).

I benefici qui elencati sono tutti basati su studi scientifici. L’uso del solo integratore non è in grado di curare patologie e non si sostituisce alle terapie. L’assunzione di integratori va associata ad un corretto stile di vita e ad una dieta bilanciata assieme al consiglio del proprio medico.

-       Contribuisce alla prevenzione di malformazioni nell’embrione e nel bambino

Durante la gestazione, una carenza di cobalamina può influenzare lo sviluppo fetale, determinando molto spesso la nascita di bambini sottopeso e con probabili ritardi nella crescita. Un deficit di vitamina B12 si osserva spesso nelle donne in gravidanza in quanto il loro fabbisogno vitaminico aumenta; durante il periodo pre-parto viene infatti consigliata un’integrazione di vitamina B12 e folati. Per quanto riguarda l’influenza della vitamina B12 nello sviluppo di difetti del tubo neurale (la struttura embrionale responsabile della formazione del sistema nervoso centrale), le opinioni nel mondo scientifico sono ancora discordanti: è ancora da dimostrare che uno stato di carenza vitaminica possa determinare la mancata chiusura del tubo neurale con conseguente nascita di bambini affetti da spina bifida. Tuttavia è invece certo che l’instaurarsi di una carenza di vitamina B12 nei primi anni di età causi danni cerebrali con possibili deficit cognitivi e disfunzioni motorie. Alcuni studi hanno dimostrato che già dopo il quarto mese dal parto, nel latte materno la concentrazione di vitamina B12 risulta notevolmente ridotta, causando una carenza vitaminica nei neonati nutriti con solo questo alimento.

 

Nell’adulto:

-       Previene la perdita neuronale

Una carenza di vitamina B12 è stata associata a perdita di memoria o demenza negli anziani. Anche in persone affette da patologie neurodegenerative come la malattia di Parkinson, l’Alzheimer, la sclerosi multipla e la sclerosi laterale amiotrofica, i livelli di cobalamina risultano alterati. Da studi ancora in corso sembra infatti che la vitamina B12 sia in grado di prevenire l’atrofia cerebrale, ovvero la perdita di neuroni nel cervello. Secondo uno studio condotto su persone con demenza senile allo stadio iniziale, la combinazione di supplementi di vitamina B12 e acidi grassi omega-3 rallenta il declino cognitivo. In ogni caso, l’integrazione di vitamina B12 nell’anziano contribuisce al miglioramento della memoria, anche in assenza di patologie cerebrali. La vitamina B12 è anche in grado di migliorare il tono dell’umore, specie in chi soffre di depressione, in quanto è implicata nella sintesi e nel metabolismo della serotonina. Uno studio ha infatti dimostrato che la somministrazione di antidepressivi assieme ad un’integrazione di vitamina B12 ha migliorato notevolmente la sintomatologia dei pazienti, rispetto a coloro che assumevano solo antidepressivi.

-       Prevenzione delle patologie cardiovascolari

Anche nei pazienti con patologie cardiovascolari sono stati rilevati bassi livelli di vitamina B12 pertanto la sua integrazione può contribuire alla prevenzione di malattie vascolari come l’aterosclerosi. Come descritto nel primo paragrafo, la vitamina B12 è in grado di convertire l’omocisteina nell’amminoacido essenziale metionina. Livelli ematici alti di omocisteina sono associati ad un aumentato rischio di malattie cardiache; conseguentemente, in caso di carenza di cobalamina, i livelli di omocisteina diventano elevati. Una corretta integrazione vitaminica contribuisce a ridurre i livelli di omocisteina.

-        Prevenzione dell’osteoporosi

Il mantenimento di livelli adeguati di vitamina B12 contribuisce al mantenimento di un sistema scheletrico sano. Uno studio condotto su circa 2500 adulti ha infatti dimostrato che coloro che presentano un deficit di vitamina B12 hanno una densità ossea inferiore alla norma, con un aumentato rischio di fratture ossee oltre che allo sviluppo di osteoporosi.

-       Potenziamento del sistema immunitario

In persone che presentano una carenza di cobalamina è stata osservata una diminuzione di alcune cellule del sistema immunitario, in particolare le cellule Natural Killer e i linfociti CD8+. Tale scoperta potrebbe avere dei risvolti importanti nel trattamento delle patologie del sistema immunitario.

-       Promuove la salute dei capelli, della cute e delle unghie

Bassi livelli di cobalamina possono essere responsabili di sintomi dermatologici come un’iperpigmentazione, una decolorazione delle unghie con comparsa di macchie bianche, alterazione dei capelli (perdita eccessiva, assottigliamento…), vitiligine (perdita di colore della pelle a chiazze) e stomatite angolare (fastidiosi taglietti agli angoli della bocca). L’uso di integratori a base di vitamina B12 ha dimostrato un notevole miglioramento dei sintomi dermatologici in persone con carenza vitaminica.

-       Fonte di energia

Tutte le vitamine del gruppo B svolgono un ruolo importante nella produzione di energia. Una carenza di vitamina B12 è associata a stanchezza ed affaticamento pertanto, assumere un integratore può aiutare a ritrovare l’energia, specialmente nei cambi di stagione.

-       L’era della nutrigenomica

Negli ultimi anni si stanno sviluppando diverse ricerche nel campo della nutrigenomica ovvero lo studio della correlazione e dell’interazione tra il cibo che ingeriamo e il nostro DNA per capire se le nostre abitudini alimentari influenzano l’espressione dei nostri geni. Alcuni ricercatori hanno infatti dimostrato che la cobalamina ha un effetto nutri genomico in quanto regola l’espressione di geni e/o proteine nel sistema nervoso centrale, nel fegato, nell’intestino e negli organi principalmente coinvolti nell’assunzione di nutrienti dal cibo. I geni e le proteine coinvolei in questo processo sono citochine, fattori di crescita e molecole legate al trasporto e al metabolismo della vitamina B12 stessa. I dati ottenuti sono molto preziosi in quanto potrebbero portare, nell’immediato futuro, allo sviluppo di nuove applicazioni e dispositivi terapeutici per quelle patologie, come i tumori, in cui è necessario modulare (accendere o spegnere) l’espressione di alcuni geni specifici.

 

Quale vitamina B12 assumere e in che forma

La vitamina B12 consiste in una classe di composti chimicamente correlati, detti “vitameri”, che hanno un’attività fisiologica e si presentano tutti come cristalli di colore rosso intenso. Tre di questi vitameri si trovano nel cibo che ingeriamo: Metilcobalamina (MeCbl), Adenosilcobalamina (AdCbl) e Idrossicobalamina (OHCbl). L’AdCbl e l’OHCbl sono le forme maggiormente contenute nelle carni mentre la MeCbl si trova comunemente nei prodotti caseari. Negli altri alimenti queste tre forme di vitamina B12 si trovano in tracce o sono assenti. Solo MeCbl e ADCbl possono essere utilizzate dall’organismo umano come coenzimi attivi; AdCbl si trova prevalentemente nelle riserve dell’organismo come il fegato ed è attiva solamente all’interno dei mitocondri mentre la MeCbl si riscontra nel sangue e nel midollo spinale ed esplica la sua attività nelle cellule del plasma. OHCbl viene convertita nelle forme attive tramite specifiche reazioni.

Al contrario, la Cianocobalamina (CNCbl) è un composto sintetico non presente in natura, prodotto dalle aziende per fortificare alcuni alimenti e in molti integratori. La CNCbl la si può riscontrare solo in piccole tracce nei tessuti umani come risultato dell’assunzione di cianuro dalle sigarette. La CNCbl viene prodotta commercialmente tramite fermentazione batterica e ha costi contenuti. La fermentazione porta alla produzione di una miscela delle tre forme sopra descritte: MeCbl, AdCbl e OHCbl. Questi 3 composti vengono poi convertiti a CNCbl tramite l’aggiunta di cianuro di potassio in presenza di nitrito di sodio e calore, che rendono la molecole molto stabile. Anche le prime tre forme di cobalamina vengono oggi prodotte artificialmente assieme alla CNCbl e sono bioidentiche alle forme naturali. Una volta introdotte nell’organismo, tutti e 4 i vitameri, assunti tramite il cibo o integratori, vengono ridotti a cobalamina, poi convertita nelle due forme attive MeCbl e AdCbl in una proporzione non influenzata dalla forma di vitamina B12 ingerita. Inoltre, le cellule convertono la vitamina B12 nelle due forme attive (MeCbl e AdCbl) utilizzando i gruppi metilico e adenosilico da altre molecole e non dai supplementi costituiti solo da MeCbl o AdCbl. Tuttavia, la biodisponibilità di ogni forma di vitamina B12 supplementata può essere influenzata da diversi fattori quali: patologie gastrointestinali, età e mutazioni di geni e proteine implicate nell’assorbimento della vitamina. Tali mutazioni, dette polimorfismi, possono pertanto alterare l’assorbimento, il trasporto nel circolo ematico, l’intake da parte delle cellule e la conversione della vitamina B12 nelle forme attive. Attualmente non sono disponibili test commerciali che identificano le mutazioni, giustificando l’uso di una o più forme di vitamina B12. Infine, a differenza dei tre vitameri naturali, la cianocobalamina è quella che ha mostrato il minore assorbimento nell’organismo.

La vitamina B12 è inclusa nelle pillole, capsule, compresse o bustine multivitaminiche (fino a 1000 e, in alcuni casi, 5000mcg per assunzione). La si può trovare anche come supplemento in alcuni prodotti alimentari a base di cereali come pane e pasta. Alcune formulazioni come iniezioni e patch vengono impiegate nei casi in cui l’assorbimento digestivo è compromesso anche se attualmente gli integratori orali disponibili sul mercato sono caratterizzati da elevata potenza ed efficacia anche in questi casi. Nel caso siano state identificate delle mutazioni genetiche con alterazioni di alcuni pathways metabolici (ad esempio l’omocisteinuria), si rende necessaria la somministrazione endovenosa, intramuscolare o transdermica.

 

Eccesso di vitamina B12 e interazione con i farmaci

Attualmente non sono stati registrati effetti tossici o eventi avversi in caso di sovraddosaggio di Vitamina B12. Tuttavia, chi soffre di particolari patologie per le quali assume determinati farmaci, deve necessariamente parlare con il proprio medico prima di utilizzare integratori a base di cobalamina. Infatti, molti farmaci possono influenzare l’assorbimento di B12, causando un deficit vitaminico. Tra questi rientrano: gli inibitori di pompa protonica come omeprazolo o lansoprazolo, utilizzati per il trattamento del reflusso gastroesofageo e ulcera peptica; antagonisti dei recettori H2 per l’istamina quali ranitidina e cimetidina, impiegati per l’ulcera peptica; la metformina, agente ipoglicemizzante per il trattamento del diabete.

 

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0 Comments | Posted in Alimentazione e Integrazione By Dott.ssa Anna Contato

Come avrete notato, da settembre/ottobre del 2015, nella maggior parte dei prodotti alimentari presenti sugli scaffali dei supermercati, nonché nelle pubblicità, viene riportato il claim “senza olio di palma, grassi saturi e grassi idrogenati”. L’olio di palma e di palmisto in particolare, sono le sostanze che maggiormente hanno destato l’attenzione dei consumatori; ma qual è il motivo? L’olio di palma, estratto dai frutti della palma, e quello di palmisto, derivato dai semi essiccati e macinati della palma, contengono moltissimi acidi grassi saturi e vengono comunemente impiegati dall’industria alimentare poiché hanno un costo basso ed una consistenza semisolida ottimale, particolarmente adatta per la preparazione di dolci e merendine confezionate, ma anche nella produzione di cosmetici e biocarburanti. L’unico rischio associato ad un eccessivo consumo di grassi saturi è l’aumento del colesterolo LDL “cattivo”, che predispone alle patologie cardiovascolari. L’estrazione di questo tipo di oli costituisce inoltre un importante problema ecologico nel Sud-Est Asiatico, sollevando problemi per la conservazione delle foreste e della biodiversità, con conseguente sfruttamento della popolazione locale. Ultimamente, alcune grandi multinazionali si stanno impegnando ad utilizzare solo oli provenienti da coltivazioni rispettose e dedicate esclusivamente alla palma senza attuare interventi di deforestazione. Come per l’acrilamide però, il problema non risiede nell’olio in sé ma nelle sostanze che si formano durante la sua lavorazione. Ad essere sotto accusa sono infatti alcune sostanze che si formano durante i processi di raffinazione di oli e grassi vegetali. Tra queste sostanze, già identificate alla fine degli anni ’70 nel processo di produzione di proteine vegetali idrolizzate come esaltatori di sapidità per alimenti confezionati, rientrano il glicidolo, presente soprattutto nei grassi sotto forma di glicidil esteri (GE), il 3-monocloropropandiolo (3-MCDP), il 2-monocloropropandiolo (2-MCDP) e i relativi esteri degli acidi grassi. Affinché si formino tali sostanze è necessario che gli oli alimentari siano portati a temperature superiori ai 200°C, che caratterizzano la fase di raffinazione. Questo trattamento consente di ottenere un olio da materie prime come i semi o i frutti di una pianta; tuttavia, le varie fasi e le alte temperature degradano le proprietà organolettiche del prodotto, aggiungendo invece sostanze chimiche come quelle descritte, che possono rappresentare un pericolo per la salute dei consumatori finali. L’unico vantaggio di questa lavorazione, rispetto ad un olio spremuto a freddo, è un punto di fumo più alto: infatti gli oli così lavorati sono indicati per fritture o preparazioni alimentari industriali. In ogni caso, un olio raffinato è da considerarsi di seconda scelta. La raffinazione avviene in 6 fasi durante le quali i semi o i frutti sono trattati con solventi per renderli più appetibili e meno acidi; dal momento che le vitamine presenti vengono distrutte, la normativa consente l’aggiunta di additivi antiossidanti per proteggere l’olio dall’irrancidimento. Il glicidolo e gli esteri degli acidi grassi sono pertanto presenti anche in molti grassi vegetali come quelli di mais, arachidi, colza, girasole, margarine, prodotti dolciari da forno, creme spalmabili al cioccolato, alcuni sughi pronti, salse e alimenti per l’infanzia; tuttavia, è stato visto che l’olio di palma e di palmisto, a parità di tecnica di lavorazione e quantità di prodotto, ne contengono la percentuale più elevata. In seguito ad una richiesta da parte della Commissione Europea (CE), nel marzo del 2016, il comitato interno di esperti in tossicologia alimentare dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha pubblicato i risultati di uno studio sui rischi per la salute correlati a GE, 3- e 2-MCDP. I dati utilizzati per formulare il parere scientifico provengono esclusivamente da test in vitro e da esperimenti in vivo condotti sugli animali da laboratorio poiché, come nel caso dell’acrilamide, i dati relativi alla tossicità per gli esseri umani sono ancora scarsi. Ad altissime concentrazioni, difficilmente raggiungibili con l’alimentazione quotidiana, 3- e 2-MCDP, disciolti nell’acqua degli animali da laboratorio, sono genotossici ovvero sono in grado di alterare il patrimonio genetico delle cellule causando l’insorgenza di tumori in più organi. Oltre a tali effetti, le 3 sostanze hanno mostrato anche un effetto tossico a carico dei reni e distruzione dei muscoli strati e del cuore, con meccanismi tuttora sconosciuti. Il glicidolo invece, è già stato incluso da IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, da non confondere con l’Airc, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) nel gruppo “2A” come possibile cancerogeno per l’uomo. Gli esperti hanno inoltre concluso che esistono evidenze sufficienti che il glicidolo e i suoi esteri (GE) siano cancerogeni per gli esseri umani di tutte le fasce d’età ma non sono ancora stati stabiliti dei livelli di sicurezza. Secondo le ricerche, i GE dopo l’ingestione vengono convertiti a glicidolo per il quale, essendo quest’ultimo considerato una sostanza cancerogena e genotossica, non è stato possibile per l’EFSA stabilire una dose giornaliera tollerabile (o TDI, tolerable Daily Intake), ma solamente un margine di esposizione pari a 0,4 microgrammi/kg di peso corporeo al giorno. Ad esempio, una persona di 70kg ne assume circa 28,5 microgrammi al giorno; 10g di olio di palma contengono mediamente 39 microgrammi di glicidolo. I dati tossicologici a disposizione per 2-MCDP sono ancora insufficienti, pertanto non sono stati formulati dei valori soglia mentre, secondo l’ultimo aggiornamento del 2018 dell’EFSA, assieme al comitato di esperti sugli additivi delle Nazioni Unite FAO-OMS (JECFA), la dose giornaliera tollerabile di 3-MCDP è pari a 2 microgrammi/kg di peso corporeo al giorno. A maggior rischio di esposizione ai GE sono i bambini e i neonati che consumano alimenti per lattanti e preparati per la prima infanzia in quanto i valori soglia potrebbero essere superati, considerando il loro peso corporeo minore. In Tabella 2 sono riportati gli alimenti testati per il contenuto di contaminanti alimentari.




Tabella 2. Concentrazione di glicidolo e suoi derivati negli alimenti analizzati dall’EFSA (le sigle LB, MB e UB indicano i limiti bassi, medi e alti di esposizione alimentare rispettivamente; dati EFSA del 03/03/2016 doi: 10.2903/j.efsa.2016.4426).


Come evitare o limitare il consumo di glicidolo, 3-MCDP e 2-MCDP

Come per l’acrilamide, è praticamente impossibile eliminare del tutto tali composti poiché sono tantissime le sostanze potenzialmente cancerogene (a concentrazioni molto elevate) che si formano nei vari processi, non solo industriali ma anche negli alimenti. Come sottolineano dagli esperti dell’EFSA, il rischio non è mai pari a zero ed è legato alla frequenza e alla quantità di consumo di alimenti contenenti glicidolo e suoi derivati; tuttavia, fortunatamente, nella normale alimentazione il rischio non appare molto elevato. Come in tutti gli aspetti della vita quotidiana, per mantenere la propria salute è sufficiente un’alimentazione corretta e bilanciata evitando gli abusi e i consumi eccessivi di sostanze lavorate e raffinate. Sempre a nostro favore, gli esperti EFSA hanno registrato dal 2010 al 2015 una diminuzione considerevole dell’olio di palma e palmisto proprio perché l’industria alimentare ha già messo in atto delle modifiche nei processi produttivi per evitare di raggiungere le temperature critiche che portano alla formazione dei composti.  

In seguito alle relazioni dell’EFSA, molte aziende alimentari hanno ritirato dal mercato gli alimenti contenenti olio di palma, proponendo nuovi prodotti che oggi sono “palm oil free”. Le raccomandazioni per mitigare il consumo di glicidolo e suoi derivati è pertanto quello di acquistare prodotti che sono privi di oli raffinati, prediligere l’uso casalingo di oli di prima qualità come l’olio di oliva spremuto a freddo, utilizzare il burro al posto della margarina e limitare il consumo di cibi fritti (evitando così anche l’acrilamide). Quando possibile, preparare in casa alimenti quali dolci e panificati, impiegando ingredienti semplici, freschi e di qualità. Per quanto riguarda gli alimenti per l’infanzia è opportuno scegliere accuratamente i prodotti e di fondamentale importanza per qualsiasi alimento acquistato al supermercato è la lettura dell’etichetta in modo da identificare i grassi impiegati nella produzione. Come per l’acrilamide, un ottimo modo per difendersi dall’attacco dei radicali liberi che si formano in seguito all’assunzione di sostanze nocive e che, nel lungo periodo potrebbero danneggiare le nostre cellule, è l’uso quotidiano degli antiossidanti nella dieta. Utilizzate alimenti ricchi di vitamine introducendo circa 5 porzioni tra frutta e verdura nell’arco della giornata e, per una migliore assunzione, utilizzate gli integratori che contengono un concentrato di sostanze benefiche, formulate per le specifiche esigenze.

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Bibliografia

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I processi produttivi di molti alimenti che acquistiamo al supermercato o mangiamo fuori casa possono nascondere un pericolo per la salute di tutti. Vediamo di cosa si tratta e come si può evitare o prevenire tale rischio.

Cos’è l’acrilamide e come si forma

L’acrilamide è una sostanza con una struttura chimica molto semplice, composta da 10 atomi comprendenti Ossigeno (O), Carbonio (C), Idrogeno (H) e Azoto (N), che si riscontrano anche negli zuccheri e nelle proteine. Essa viene ampiamente utilizzata in diversi processi industriali per derivare addensanti impiegati nella produzione di carta, tessuti per pressa permanenti, coloranti, materie plastiche, e nel trattamento di acque bianche e acque reflue (inclusi i liquami), nella formulazione di pesticidi e nel recupero terziario del petrolio. I derivati dell’acrilamide si trovano anche in prodotti edilizi quali pitture e catrame, adesivi e imballaggi.

In ambito biologico e nella ricerca scientifica per lo studio delle proteine viene impiegato un gel idrosolubile a base di poliacrilamide, un polimero di acrilamide. La polvere di acrilamide è una potente neurotossina che può essere facilmente assorbita dalla cute. Una volta gelificata nel suo polimero, perde la pericolosità in quanto non più assorbibile; i ricercatori in ogni caso devono obbligatoriamente indossare guanti protettivi, occhiali e/o e mascherine adeguate per evitare di inalare la polvere prima della solubilizzazione.

Tuttavia, il fumo di sigaretta e alcuni alimenti rappresentano le principali fonti di esposizione all’acrilamide per la popolazione. L’acrilamide viene riscontrata maggiormente nei seguenti alimenti: patatine fritte e prodotti fritti confezionati (chips, tortillas di mais…), crackers, panificati, fette biscottate e biscotti, cereali, olive nere in barattolo di latta, succo alla prugna, caffè e prodotti tostati. I livelli di acrilamide nei cibi sono variabili e dipendono dal metodo di produzione, tempi e temperatura dei processi di cottura. I fumatori inoltre presentano livelli di acrilamide da 3 a 5 volte più alti rispetto ai non fumatori.

La presenza di acrilamide negli alimenti è stata segnalata per la prima volta dagli scienziati della Swedish National Food Authority e della University of Stockholm nell’aprile del 2002. Inizialmente i ricercatori hanno studiato l’esposizione degli operai nelle gallerie in seguito alla fuoriuscita accidentale di agenti per la stuccatura e la cementazione; tuttavia non riuscivano a capire per quale motivo i lavoratori non precedentemente esposti all’acrilamide (controlli) presentavano livelli di tale composto nel sangue. Questo dato ha spinto gli studiosi ad indagare le fonti di esposizione nelle attività di tutti i giorni e hanno scoperto che l’acrilamide si formava prontamente in alcuni alimenti ricchi in carboidrati mentre il suo contenuto è ridotto nei prodotti più ricchi di proteine come carne e pesce.

Tale composto non si trova naturalmente nei cibi ma può formarsi velocemente quando gli zuccheri e gli amminoacidi (i “mattoni” che costituiscono le proteine) reagiscono tra di loro in cibi ricchi di carboidrati e amidi durante il processo di cottura, se questo avviene temperature superiori a 120°C. Tra gli amminoacidi coinvolti, quello che gioca un ruolo fondamentale è l’asparagina, presente in molti vegetali amidacei, specialmente nelle patate. La reazione che porta alla formazione di acrilamide è nota come “Reazione di Maillard”, responsabile anche della crosticina croccante sulla carne grigliata, pane, pizza, patatine, verdure in pastella ecc. Più un cibo appare brunito, più acrilamide si sarà formata.

Se uno dei due componenti, o gli zuccheri o gli amminoacidi, viene a mancare l’acrilamide non si forma. Elevate quantità di acrilamide sono state riscontrate anche in preparati a base di patate e barbabietole, specialmente se vengono riscaldati: in questi due ortaggi infatti, i livelli di acrilamide sono influenzati dall’elevato contenuto di asparagina.

 

Quali sono i rischi per la nostra salute?

L’esposizione all’acrilamide dipende dalla combinazione di alimenti consumati nella dieta e la loro modalità di preparazione, abitudine al fumo e fumo passivo, fonti professionali. L’assorbimento cutaneo di acrilamide è basso poiché la pelle costituisce la nostra prima barriera contro i pericoli esterni. Al contrario, l’esposizione orale è la principale fonte di assunzione di acrilamide. Sia nell’uomo sia negli animali infatti, dopo ingestione, l’acrilamide viene rapidamente assorbita nel tratto gastrointestinale e, attraverso i fluidi corporei, raggiunge tutti gli organi. I distretti corporei in cui si accumula maggiormente sono rene, fegato, sistema nervoso, sangue e testicoli. Può addirittura attraversare la placenta ed è presente in tracce nel latte materno. Uno dei principali metaboliti che si formano nel corpo è la glicidamide, una molecola che è in grado di legarsi al DNA o alle proteine come l’emoglobina nei globuli rossi. Acrilamide e glicidamide agiscono attraverso la formazione di radicali liberi, responsabili dello stress ossidativo nelle nostre cellule. Diversi studi hanno osservato che entrambi questi composti sono tossine pericolose per il sistema nervoso. La neurotossicità nell’uomo è associata principalmente al rischio occupazionale piuttosto che alla dieta e clinicamente si manifesta attraverso neuropatia periferica, sensazione di intorpidimento, debolezza muscolare e difficoltà di movimento.

L’esposizione degli animali di laboratorio a dosi elevate di acrilamide e glicidamide, somministrate per via orale nell’acqua potabile, ha effetti genotossici e cancerogeni, ovvero provoca danni al DNA, causando l’insorgenza di tumori in diversi organi (cervello, mammella, utero, testicoli, reni, pelle, stomaco, ghiandole endocrine…); altri effetti nocivi sono a carico dello sviluppo pre- e post-natale, oltre ad influenzare negativamente la funzionalità del sistema riproduttivo maschile. Gli studi condotti sull’uomo sono ancora pochi per trarre conclusioni definitive e i risultati ottenuti forniscono solamente prove limitate per quanto riguarda il rischio di sviluppare neoplasie in seguito all’assunzione di acrilamide attraverso la dieta. A seguito della scoperta di acrilamide nei cibi cotti, nel 2007 iniziò la prima campagna di monitoraggio degli alimenti, con la Raccomandazione 2007/331/CE della Commissione EUROPEA e la pubblicazione di Linee Guida per ridurre il contenuto di acrilamide negli alimenti trasformati. Seguirono poi le Raccomandazioni dell’Unione Europea 2010/307/UE e 2013/647/UE. Nel giugno del 2015 l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha pubblicato un rapporto in cui valuta i rischi correlati alla presenza di acrilamide e glicidamide negli alimenti amidacei e ricchi in carboidrati, indicando la necessità di tenerne sotto controllo il consumo. Gli esperti del gruppo scientifico dell’EFSA hanno riconfermato le valutazioni effettuate negli anni precedenti dal comitato di esperti sugli additivi alimentari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) secondo le quali l’acrilamide assunta con la dieta aumenta il rischio di mutazioni genetiche e, di conseguenza, dell’insorgenza di tumori in tutte le fasce d’età. L’EFSA ribadisce inoltre la necessità di effettuare un numero più elevato di studi e ricerche sugli esseri umani per identificarne la tossicologia, l’esposizione e la formazione. Infine, a novembre del 2017, la Commissione Europea ha annunciato il Regolamento 2017/2158/UE che istituisce misure di attenuazione e livelli di riferimento per la riduzione di acrilamide negli alimenti, applicato a partire dall’11 aprile 2018 (Tabella 1) e obbligatorio per le industrie alimentari. Essendo l’acrilamide una sostanza potenzialmente cancerogena, non è possibile stabilirne la dose tossica in quanto, teoricamente, basterebbe anche una sola molecola per innescare una serie di eventi che portano allo sviluppo di un tumore in individui maggiormente predisposti. L’unico principio tossicologico attualmente applicabile si basa sulla riduzione di acrilamide ai minimi livelli possibili. Dosi basse difficilmente possono arrecare danni alla salute in quanto l’acrilamide viene eliminata attraverso l’urina e le feci. Tuttavia, più alimenti a rischio si consumano, più la probabilità che l’acrilamide diventi pericolosa aumenta. Per questo motivo gli esperti dell’EFSA hanno stimato un margine di esposizione (MOE), sopra il quale l’acrilamide può causare una lieve ma misurabile incidenza di neoplasie e altri effetti avversi sull’uomo. Il MOE fornisce quindi un’indicazione del livello di allarme. Questo valore è definito come “limite inferiore dell’intervallo di confidenza relativo alla dose di riferimento” o BDML10; per il rischio neoplastico, questo valore non deve superare 0,17mg/kg di peso corporeo al giorno mentre, per evitare effetti neurotossici non deve superare 0,43mg/kg di peso corporeo al giorno.

 

Come evitare o limitare il consumo di acrilamide

Dal momento che è presente in moltissimi alimenti e si forma con le alte temperature, oltre ad essere impiegata in alcuni processi industriali, non è possibile eliminare del tutto l’acrilamide ma si possono adottare alcuni semplici accorgimenti per ridurla a livelli accettabili.

  1. Il consiglio più importante e valido per tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana è quello di mantenere una dieta variegata ed equilibrata, aumentando il consumo di quei cibi non a rischio ovvero frutta, verdura, carne e pesce, e diminuendo invece le quantità di snack e cibi lavorati e confezionati, soprattutto se fritti o cotti a temperature elevate.

  2. Per quanto riguarda i cibi ad elevato contenuto di carboidrati ed amidi, è consigliabile optare per metodi di cottura quali il vapore, la lessatura o il bagnomaria che non porta alla formazione della “crosticina” bruna.

  3. L’acrilamide si forma solo sulla superficie degli alimenti un po’ “bruciacchiati”. Quando si cucinano alimenti a rischio in padella o in forno, basta preparare pezzi più grandi per ridurre la percentuale di acrilamide a parità di peso di alimento mangiato. Se mangiando la pizza o cibi grigliati notate delle parti palesemente bruciate, eliminatele perché sono i punti di maggior concentrazione di acrilamide.

  4. I cibi già cotti non vanno cotti una seconda volta; per riscaldarli optare per il microonde che non alza eccessivamente le temperature. 

  5. Nella preparazione casalinga di prodotti da forno usare meno zuccheri possibili (zucchero, miele e fruttosio) e preferire la lievitazione naturale in quanto il lievito ha la capacità di abbassare il pH dell’impasto, limitando la formazione di acrilamide.

  6. Dal momento che le patate sono tra gli alimenti più ricchi in zuccheri e asparagina, si sconsiglia la loro conservazione in frigo poiché favorirebbe una maggior liberazione di glucosio pronto a reagire con l’asparagina con conseguente formazione di acrilamide durante la cottura. Le patate vanno conservate a temperatura ambiente, al buio, evitando di farle germogliare.

  7. Friggere le patate rappresenta una cottura ottimale per preservare la Vitamina C, abbondante in questo ortaggio. Basti pensare che 100g di patate crude contengono circa 30mg di Vitamina C che, dopo la frittura, si mantiene attiva fino all’80%; un simile quantitativo lo si può riscontrare in una grossa mela fresca. Tuttavia, un’attenzione particolare va posta all’olio di frittura: non va riutilizzato, specie se qualche alimento vi è rimasto troppo immerso; inoltre, il punto di fumo non deve mai essere superato. Per le fritture è meglio evitare il burro o altri grassi caratterizzati da un basso punto di fumo; i migliori oli per fritture sono l’olio di oliva, di cocco e di arachidi con un punto di fumo molto alto.

  8. Diminuire la temperatura di cottura e frittura al di sotto dei 170°C, interrompendo il processo alla comparsa di una leggera doratura invece della colorazione bruna, consente una riduzione dell’acrilamide di quasi il 90% rispetto ai metodi di preparazione convenzionali.

  9. Il caffè ed i suoi succedanei, a causa della torrefazione, contengono livelli di acrilamide più elevati rispetto ad altri alimenti; non dobbiamo privarcene, è sufficiente limitarne il consumo, optando per miscele più dolci e alternando l’assunzione di caffeina tramite ad esempio il tè.

Vitamine, antiossidanti e composti naturali rappresentano un valido aiuto per diminuire la percentuale di acrilamide

I radicali liberi, che si formano in seguito all’assunzione di tossine ambientali ed alimentari come l’acrilamide, sono responsabili dello stress ossidativo che è alla base dell’insorgenza di patologie croniche, metaboliche e neoplastiche. Gli antiossidanti sono sostanze in grado di inibire la formazione dei radicali liberi nel cibo e contribuiscono all’eliminazione degli stessi all’interno del nostro corpo, detossificandoci. Come già accennato al punto 5, la diminuzione del pH durante la lievitazione dei prodotti da forno consente di limitare la formazione di acrilamide in cottura. Per fare ciò, oltre al lievito è possibile utilizzare il bicarbonato come agente lievitanti; oppure, l’aggiunta di acidi organici quali l’acido citrico ottenuto spremendo il limone e l’acido acetico contenuto nell’aceto consentono di ridurre i livelli di acrilamide anche del 60%. Ovviamente, avendo questi composti un gusto amaro, è necessario dosarli attentamente per non compromettere l’accettabilità sensoriale del prodotto finale.

Alcuni studi scientifici hanno inoltre valutato l’efficacia dell’aggiunta di estratti di tè verde nella panatura di prodotti fritti a 175°C come le ali e le cosce di pollo, le cotolette e le patatine. L’estratto di tè verde inoltre non altera il gusto della pietanza. Ad interferire con la formazione di acrilamide sono alcuni flavonoidi ad azione antiossidante contenuta nelle foglie di tè ed in particolare epicatechina ed epigallocatechina. Oltre al tè verde, altri estratti acquosi ottenuti da piante aromatiche quali l’origano selvatico, il timo, il rosmarino o da piante fiorite come la bouganville o spezie come la cannella contribuiscono a ridurre i livelli di acrilamide durante la cottura fino al 62%. Il procedimento per preparare gli estratti acquosi di tali piante è semplice e numerose sono le ricette reperibili sul web; si tratta infatti di effettuare delle infusioni, come per le tisane. Una volta ottenuto l’estratto, affinché si esplichi l’effetto anti-acrilamide, è necessario immergervi l’alimento da cuocere o friggere per qualche minuto. Un altro utile accorgimento nella preparazione di cibi fritti, specialmente le chips di patate e le tortillas, consiste nell’uso di olio contenente peperoncino che inibisce la formazione di acrilamide fino al 77% e allo stesso tempo conferisce un gusto piacevolmente piccante alle nostre pietanze. Anche le vitamine, quali la vitamina A, B6, C, D, E, H (o Biotina), e alcuni minerali come zinco e selenio riducono del 50% la formazione del pericoloso composto. Infine, la curcuma, così come il ginseng, lo zenzero ed il cardamomo possiedono virtù antiossidanti molto potenti in grado di contrastare la formazione di radicali liberi, proteggendo in particolar modo il tratto digerente, più soggetto allo stress ossidativo attraverso l’ingestione di tossine alimentari come appunto l’acrilamide. Tali spezie posseggono un sapore molto gradevole per cui è sufficiente aggiungerle ogni giorno alle pietanze che prepariamo per proteggerci da molti nemici invisibili.


Tabella 1. Livelli di riferimento per il contenuto di acrilammide negli alimenti 2017/2158.

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Bere birra fa bene!

2018-05-13 19:09:14

Se vi sentite in colpa per aver bevuto un paio di birre, a fine lettura, questa sensazione vi passerà. Al contrario di quello che si pensa, la scienza ha dimostrato che il consumo di birra può apportare dei benefici sorprendenti ed inaspettati sulla nostra salute, che vanno oltre alla sensazione di relax che si avverte stappando una bottiglia fresca con gli amici, alla fine di una lunga giornata...A patto che il consumo di birra sia sempre moderato e guidato dal buon senso, altrimenti, come per tutte le bevande alcoliche e gli eccessi in generale, può diventare un’abitudine malsana. Bere in maniera incontrollata rappresenta un comportamento irresponsabile verso sé stessi e gli altri. Secondo le linee guida, nazionali ed internazionali condivise dalla comunità scientifica, è considerata moderata una quantità giornaliera di alcool che non eccede le 2-3 Unità Alcoliche (U.A.) per gli uomini, non oltre 1-2 Unità Alcoliche per le donne e non più di 1 U.A. per i soggetti anziani. Una U.A. corrisponde a circa 12 g di etanolo ed è in media contenuta in una lattina di birra da 330 ml a media gradazione (fino a 4,3% alc.vol), pertanto gli uomini possono bere fino a 3 lattine di birra da 330ml mentre le donne e gli anziani possono berne 2 e 1 rispettivamente.

Qui di seguito sono riportati i benefici che potrebbero cambiare la percezione relativa al consumo di questa antica bevanda.

 

Storia

Le prime testimonianze relative al consumo di birra sono riconducibili al VII millennio a.C., nell’Antico Egitto e in Mesopotamia (terra dove è nato il mestiere del “birraio”). Addirittura gli Egizi facevano bere birra anche a bambini e neonati, mescolata con miele e acqua, in quanto la consideravano una bevanda medicamentosa, utile alle madri con poco latte. I Sumeri utilizzavano la birra per accompagnare i defunti durante i funerali e per ingraziarsi le divinità. Secondo il codice babilonese di Hammurabi, la più antica raccolta di leggi, il mestiere del birraio veniva preso molto seriamente, tanto da condannare a morte chi non seguiva rigorosamente le normative di produzione e vendita della birra. Nella Bibbia, il consumo di birra veniva associato alla festa ebraica dei Pani Azzimi (in corrispondenza della Pasqua). In Europa la produzione della birra si diffuse inizialmente nelle civiltà Celtiche e Germaniche mentre durante il Medioevo la birra divenne la bevanda che tutti noi oggi ben conosciamo in quanto fu aggiunto il luppolo e l’acqua utilizzata venne bollita e quindi sterilizzata, divenendo un vero ricostituente. Durante la rivoluzione industriale la birra passò dalla produzione artigianale a quella su larga scala.

 

Cos’è la birra

La birra è una delle bevande alcoliche più diffuse e più antiche nel mondo, ottenuta attraverso la fermentazione alcolica, con alcuni tipi di lievito, di zuccheri derivati dall’orzo germinato ed essiccato (malto). Successivamente il malto subirà un processo di aromatizzazione e un secondo processo durante il quale, tramite l’aggiunta di diversi tipi di luppolo, gli verrà conferito un certo grado di amaro. I ceppi di lievito più utilizzati sono il Saccharomyces cerevisiae (comunemente utilizzato nella panificazione e nella produzione del vino) e il Saccharomyces carlsbergensis (utilizzato per la produzione delle birre LAGER, ovvero a bassa fermentazione).  Curiosamente, la denominazione più corretta del S. carlsbergensis è S. pastorianus ma, essendo stato originariamente analizzato dal micologo danese Emil Christian Hansen, che lavorava nei laboratori Carlsberg di Copenaghen, gli venne assegnato il nome del famoso birrificio.

Si può produrre birra con tutti i cereali ma quelli maggiormente impiegati nella produzione industriale sono riso, frumento e mais. Le birre che contengono solo cereali vengono chiamate “birre alternative” e possono essere consumate anche dalle persone celiache. Il luppolo è l’ingrediente e additivo principale per la produzione della birra, ricco di sostanze acide ed oli essenziali, responsabili dell’aroma e del gusto più o meno amaro. Oltre al luppolo, altri additivi botanici utilizzati per creare nuove varietà di birra includono: scorze di agrumi, frutta o sciroppi che danno vita ad una seconda fermentazione; piante come canapa, agave e rosmarino; miele (tipico delle birre francesi); mosto d’uva (tipico nei birrifici artigianali italiani che hanno dato origine all’IGA, Italian Grape Ale); spezie come noce moscata, zenzero, pepe, coriandolo. Accanto alla produzione industriale, dal 1995 è stata legalizzata la produzione casalinga di birra (DLgs 504/95) mediante appositi kit distribuiti da ditte specializzate anche se la strumentazione necessaria è di facile costruzione, per cui molti si costruiscono il loro “laboratorio” in miniatura.

 

Costituenti della birra e del luppolo

La birra, per la sua composizione, possiede un discreto tenore energetico, compreso tra le 30 e le 60 kcal/100ml. È costituita da circa l’85% di acqua mentre l’alcool varia dal 3 al 9% così come l’estratto secco, compreso tra il 3-8%. L’estratto secco è composto da diversi principi nutritivi tra cui gli zuccheri; i tannini (sostanze polifenoliche responsabili della stabilità fisica ed organolettica della birra con funzione di protezione, conservazione e colorazione); maltodestrine (carboidrati a medio-basso peso molecolare derivati dall’amido e impiegate come conservante, colorante e fonte di fibre); vitamine del gruppo B (fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso, dei muscoli del tratto gastrointestinale, del fegato e del metabolismo di carboidrati, lipidi e proteine e per la salute del cuoio capelluto, degli occhi e della bocca); sali e acidi caratteristici del luppolo. Il luppolo è costituito da: flavonoidi (noti per le proprietà antiossidanti, detossificanti, immunomodulanti); oli essenziali (miscugli oleosi concentrati di sostanze organiche vegetali, con proprietà medicinali) composti da xantumolo, tannini, umulene, cariofillene responsabili dell’aroma della birra, da floreale ad agrumato, da erbaceo a speziato e così via; resine come alfa- e beta-acidi che conferiscono il sapore amaro, in contrasto con la dolcezza del malto nonché caratterizzati da proprietà antimicotiche; fitoestrogeni ad azione calmante ed ansiolitica, sedativa e antiosteoporosi.

 

I benefici della birra

Apporto di nutrienti

Molti medici, consapevoli della crescente evidenza a supporto dei benefici nutrizionali e salutistici del consumo moderato di bevande alcoliche come parte di uno stile di vita sano, concordano nel definire la birra molto più simile ad un cibo che ad una bevanda, una specie di panificato in formato liquido. Nonostante la maggior parte degli studi si sia concentrata maggiormente sulle proprietà del vino, uno studio del 2.000, pubblicato sull’American Journal of Medical Sciences ha dimostrato che, dal punto di vista nutrizionale, la birra contiene molte più proteine e vitamine, in particolare le vitamine del gruppo B. Un Professore di Scienze della birrificazione dell’Università della California (Davis) afferma inoltre che la birra contiene anche molto più fosforo (utile per ossa, denti, reni, sistema nervoso, muscoli, produzione di globuli rossi), acido folico (importante per la produzione di nuove cellule, sintesi di DNA e proteine, corretta proliferazione e differenziazione dei tessuti embrionali, prevenzione del rischio cardiovascolare), niacina (implicata nella produzione di energia, metabolismo di carboidrati, grassi e proteine, buona circolazione e salute della pelle, del sistema nervoso e del tratto gastrointestinale, nonché fondamentale nella cura della pellagra) e proteine. Il professore sostiene inoltre che nella birra sono contenuti i prebiotici, da non confondere con i probiotici. I probiotici sono infatti i cosiddetti “batteri buoni”, indispensabili per il ripopolamento della flora intestinale in seguito a disbiosi; i prebiotici invece, sono batteri che si occupano del sostentamento e della funzionalità dei probiotici. La birra è anche una significativa fonte dietetica di silicio, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. Il contenuto di antiossidanti invece è sovrapponibile a quello del vino anche se con caratteristiche diverse in quanto orzo e luppolo contengono flavonoidi diversi rispetto alle uve del vino.

Mantiene i denti puliti ed elimina la forfora dai capelli

Uno studio, condotto in collaborazione con ricercatori italiani (Università di Pavia, di Genova e di Verona), pubblicato nel 2012 sul Journal of Biomedicine and Biotechnology, ha dimostrato che la birra è in grado di impedire e/o rallentare la crescita e l’attività dei batteri che producono biofilm implicati nella formazione di placca, carie, gengivite e patologie parodontali. Curiosamente, un altro aspetto di questa antica bevanda è il suo impiego antiforfora naturale, grazie al lievito e alle vitamine del gruppo B. È sufficiente lavare i capelli con una bottiglia di birra 2 volte a settimana per eliminare la forfora ed ottenere capelli soffici e brillanti.

Ottimo recupero dopo l’allenamento

Dopo un allenamento intenso, non c’è nulla di meglio di una bottiglia di birra fresca per ritemprarsi. Gli zuccheri contenuti nella birra infatti sono indispensabili per fornire glucosio e nuova energia al corpo, contribuendo alla formazione della massa muscolare. La birra inoltre, rispetto alle altre bibite, grazie all’elevato contenuto di acqua, contribuisce a recuperare più velocemente dalla disidratazione conseguente all’allenamento.

Diuretico e detox

Come sappiamo, quando si beve un bicchiere di birra si sente una maggiore esigenza di andare in bagno. Non è un effetto così piacevole, specie quando si è fuori casa, tuttavia rappresenta un beneficio per il corpo dal momento che, aumentando l’escrezione di urina si ha una maggiore eliminazione delle sostanze tossiche e dei metaboliti che si accumulano nel corpo. 

Rinforza le ossa

Sin da piccoli ci siamo sentiti dire che bere tanto latte serve a far crescere ossa forti e resistenti. Tuttavia anche la birra sembra avere questa abilità. Recentemente, uno studio del 2013, pubblicato sull’International Journal of Endocrinology, ha dimostrato che il consumo moderato di birre artigianali (meno raffinate), porta ad un aumento della densità ossea negli uomini. Questo però, fortunatamente, non è valido per i superalcolici perché i benefici non risiedono nell’alcool ma nei composti della birra che influenzano la densità delle ossa. Tra questi, il silicio (SiO2, presente anche nei legumi) svolge un ruolo importante nella formazione, mineralizzazione e mantenimento dell’osso. Tale minerale potrebbe portare ad un miglioramento della gestione dell’osteoporosi, specialmente quella post-menopausale nelle donne.

Blocca l’infiammazione

Come già accennato nell’introduzione, il luppolo è uno degli ingredienti principali della birra. Oltre però al suo potere aromatico, il luppolo, per migliaia di anni, è stato impiegato come “rimedio medicamentoso popolare” con funzione sedativa e antibatterica. Secondo uno studio del 2009, gli acidi delle resine contenute nel luppolo possiedono anche proprietà antinfiammatorie. I ricercatori hanno confrontato diverse varietà di luppolo e hanno visto che, in tutti i casi, il consumo di luppolo tramite la birra, ha contribuito a bloccare l’infiammazione. Gli studi sono stati condotti in vitro, somministrando 3 tipi di acidi del luppolo ai fibroblasti, ovvero quelle cellule tipiche del tessuto connettivo deputati alla deposizione di matrice cellulare ma che intervengono anche nei processi di infiammazione e cicatrizzazione in caso di ferite o traumi. Tutte e tre le classi di composti testate hanno bloccato la produzione di sostanze endogene pro-infiammatorie. Infine, la somministrazione degli acidi del luppolo in vivo, su animali da laboratorio, ha inibito efficientemente l’infiammazione locale.

Protegge il cuore, controlla i livelli di colesterolo e migliora la circolazione e l’anemia

Alcuni studi hanno dimostrato che bere birra apporta gli stessi benefici cardiovascolari del vino rosso. La Fondazione di Ricerca e Cura in Italia ha osservato che il consumo moderato di birra riduce il rischio di patologie cardiache del 31%, grazie al contenuto in vitamine del gruppo B ed in particolare la B6 e la B9.

Inoltre, uno studio preliminare presentato all’American Heart Association Scientific Session nel 2016 a New Orleans, ha controllato per 6 anni 80.000 volontari ed è stato osservato che, i consumatori di birra, mostravano un declino più lento del colesterolo ad alta densità HDL o “colesterolo buono” e, allo stesso tempo, un ridotto rischio di patologie cardiache ed aterosclerotiche. Tale ricerca ha dimostrato anche che, tra coloro che avevano già subito un infarto, i consumatori moderati di birra avevano il 42% in meno di possibilità di morire di patologie cardiache. Il rapporto relativo al follow-up di questo studio ha infine osservato il 30-35% in meno di probabilità di avere un attacco di cuore tra i bevitori di birra, rispetto agli astemi, confermando anche i risultati ottenuti nello studio italiano.

Secondo uno studio condotto in Grecia, dall’Università di Harokopio, grazie all’elevato contenuto di antiossidanti, la birra migliora la circolazione sanguigna rendendo le arterie più flessibili e diminuendo pertanto il rischio di ipertensione.

Infine, una delle principali cause di anemia è la carenza di vitamina B12: un bicchiere di birra contiene quantità di vitamina B12 e acido folico adeguate per contrastare l’anemia. La vitamina B12 è inoltre fondamentale per una crescita corretta, buona memoria e concentrazione.

Previene la formazione di calcoli renali

I medici raccomandano sempre una corretta idratazione per ridurre il rischio o la recidiva di calcoli renali. Tuttavia esiste una relazione tra l’assunzione di liquidi e la formazione di calcoli, che dipende dal tipo di bevanda consumata. Si stima che almeno 2 uomini su 10, nel corso della loro vita avranno un calcolo renale o nefrolitiasi. Tuttavia, si può correre ai ripari perché uno studio del 2013, pubblicato sul Clinical Journal of American Society of Nephrology, ha osservato che, il consumo di birra, assieme ad uno stile di vita sano e ad un corretto esercizio fisico, contribuisce a ridurre notevolmente la formazione di calcoli renali. I ricercatori hanno coinvolto 194.095 partecipanti e li hanno monitorati per 8 anni. Al termine dello studio è stato scoperto che le persone che bevono birra hanno tra il 41% di probabilità in meno di formazione di calcoli, rispetto agli astemi, mentre coloro che consumano bevande gassate ad elevato contenuto di zucchero sono più propensi ad essere uno dei 2 su 10 che svilupperà un calcolo renale. Anche altre bevande, in percentuale minore rispetto alla birra, esercitano una funzione protettiva verso la nefrolitiasi: il caffè (sia con sia senza caffeina, -16%); il tè (-11%); il succo di arancia (-12%) e il vino rosso (-33%). Sembra che l’elevata incidenza di calcoli tra i consumatori di bevande gassate zuccherate sia associate al contenuto di fruttosio. Il fruttosio infatti, aumenta l’escrezione urinaria di calcio, ossalato e acido urico, con conseguente formazione del calcolo.

Contribuisce ad una buona digestione

Bere la birra dopo cena invece che prima sembra essere salutare. A dirlo è uno studio pubblicato sul Journal of Agriculture and Food Chemistry nel 2012. Il consumo di qualsiasi tipo di birra favorisce la digestione in quanto stimola la secrezione di acido gastrico. Tale effetto è dovuto in parte alle sostanze pro-secretorie presenti nella bevanda tra cui: acidi organici come acido maleico, acido malico, acido succinico, acido citrico e gli acidi del luppolo.

Riduce il rischio di Alzheimer e demenza

I ricercatori della Loyola University di Chicago hanno scoperto che le persone che consumano moderatamente la birra hanno il 23% di rischio in meno di ammalarsi di Alzheimer e altre forme di demenza rispetto a coloro che non bevono birra. Come per le ossa, il silicio contenuto nella birra sembra svolgere un’azione protettiva contro quei composti che possono danneggiare il cervello e portare allo sviluppo di difetti cognitivi. Inoltre, sembra che il mantenimento dei livelli di colesterolo buono (HDL) dato dalla birra, migliori il flusso sanguigno al cervello e il metabolismo cerebrale. Un’altra possibile spiegazione è data dal fatto che piccole quantità di alcol renderebbero le cellule cerebrali più in forma. Il consumo moderato e responsabile di birra stimola positivamente i neuroni in modo da renderli più resistenti agli stress che potrebbero portare alla demenza. 

Diminuisce il rischio di diabete

I ricercatori della Harvard School of Public Health (HSPH), in collaborazione con la Wageningen University in Olanda, in uno studio del 2011 pubblicato su Diabetes (la rivista dell’American Diabetes Association), hanno visto che gli uomini di mezza età che consumano solo occasionalmente qualche birra a settimana, o al massimo 1, fino a 2 bicchieri al giorno hanno un rischio ridotto del 25% di sviluppare nel corso della loro vita il diabete di tipo 2. Se i consumatori moderati riducono il loro intake di birra nel tempo, il loro rischio di sviluppare diabete di tipo 2 si alza e diviene comparabile a quello dei bevitori occasionali o degli astemi. In questo studio, i ricercatori hanno monitorato 38.000 maschi americani di mezza età in un follow-up della durata di 20 anni, dal 1986 al 2006. Il consumo di alcol veniva monitorato ogni 4 anni tramite la compilazione di un questionario. Dai risultati ottenuti sembra che l’alcol contenuto nella birra, assieme all’elevato contenuto di fibre, aumenti i livelli di adiponectina, un ormone che a sua volta aumenta la sensibilità all’insulina, prevenendo il diabete.

Può curare l’insonnia

Secondo uno studio del 2013, condotto dall’University School of Medicine dell’Indiana, la birra, ed in particolare le ALE, le STOUT e le LAGER, sono in grado si stimolare la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore che nel cervello esercita svariate funzioni influenzando in particolare il comportamento, la cognizione, i movimenti volontari, l’umore, lo stato di attenzione, le capacità di apprendimento e il sonno. Infatti, la dopamina può essere prescritta a chi soffre di insonnia.

Aiuta ad avere una visione più nitida

La birra può addirittura prevenire la cataratta. A dimostrarlo una ricerca condotta dall’Università del Western Ontario e presentata all’International Chemical Congress of Pacific Basin tenutosi nel 2000 ad Honolulu. In collaborazione coi ricercatori del Canada, è stato dimostrato che la birra, specialmente le ALE più scure e le STOUT, possono ridurre l’incidenza di cataratta ed aterosclerosi per più del 50%, specialmente nelle persone diabetiche; ciò è dovuto al maggior contenuto di antiossidanti nelle birre scure, che esercitano una funzione protettiva nelle cellule dell’occhio. 

Previene il cancro

Può la birra contribuire alla prevenzione del cancro? Gli scienziati dell’Università dell’Idaho pensano di sì. A gennaio del 2017, durante il National Meeting della American Chemical Society, i ricercatori hanno presentato dei risultati promettenti che descrivevano le proprietà anti-cancro di alcuni ingredienti chiave della birra. Tra questi, alcune sostanze acide e antiossidanti come gli umuloni e i lupuloni contenuti nel luppolo, sono in grado di arrestare la divisione delle cellule maligne, bloccando quindi la crescita del tumore.

A settembre 2017 uno studio tutto italiano, finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), e pubblicato sull’European Journal of Medicinal Chemistry ha dimostrato le proprietà antiangiogeniche di un fitocomposto di tipo flavonoide presente nel luppolo, lo Xantumolo. Il team di ricercatori è nato con la collaborazione del dipartimento di farmacia dell’Università di Pisa, il laboratorio di biologia vascolare e angiogenesi della fondazione MultiMedica Onlus di Milano, l’Università dell’Insubria di Varese e l’Irccs Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Questo studio, durato 4 anni, si è focalizzato sulla ricerca di nuove piccole molecole, derivate dallo Xantumolo, che hanno dimostrato di possedere la capacità di ridurre l’angiogenesi tumorale dell’80%, ovvero la formazione di nuovi vasi da parte del tumore per sostentarsi e diffondere tramite metastasi. Tali sostanze antiangiogenetiche rendono il tumore più “affamato” in quanto lo privano di nutrienti e di ossigeno. Il blocco dell’angiogenesi negli ultimi tempi rappresenta una delle strategie più efficaci affiancate alla chemioterapia. Il gruppo ha già brevettato 2 derivati dello Xantumolo in grado di esercitare un’attività antiangiogenetica maggiore rispetto al composto naturale, ottenuti mediante modificazioni strutturali dello Xantumolo; entrambi i composti hanno bassa tossicità e la loro scoperta ha aperto la strada per il futuro sviluppo di analoghi sintetici, futuri candidati come chemio preventivi efficaci, alternativi, a basso costo e di facile produzione. 

Fa vivere più a lungo

Uno studio del 2010, condotto da uno psicologo dell’Università del Texas, ha dimostrato che le persone che bevono birra moderatamente hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto a chi non la beve per i motivi descritti in questo articolo poiché agisce positivamente sui livelli di colesterolo, abbassando il rischio di diabete e mantenendo il cuore sano e forte.

 

Curiosità

…E la “pancia da birra”?

Nell’opinione comune sembra che gli amanti della birra di tutto il mondo siano accomunati dalla cosiddetta “pancia da birra”, soprattutto quando invecchiano e specialmente se sono maschi. Però non tutti i bevitori di birra, tra i quali anche molti sportivi professionisti, presentano la pancia da birra, pertanto viene spontaneo domandarsi: “è davvero la birra la causa?”. Secondo alcuni ricercatori ed esperti in endocrinologia della Mayo Clinic di Rochester in Minnesota, la causa della famosa pancia negli uomini, ma anche in alcune donne, sono le calorie di troppo assunte attraverso una dieta non equilibrata e non bilanciata; qualsiasi tipo di alimento apporta calorie che, se in eccesso, aumentano il grasso proprio nella pancia. Sembra che l’alcol sia responsabile dell’accumulo di grasso nella parte centrale dell’addome. Un effetto dell’alcol sull’organismo è quello di aumentare il senso di appetito e spesso, quando si consumano birre o bevande alcoliche fuori casa si tende a mangiare cibo più grasso (ed esempio carboidrati e fritti) rispetto a quello preparato a casa. Le zone dove il grasso si accumula dipendono poi dall’età, dal sesso e dallo stato ormonale. Prima della pubertà, maschi e femmine hanno una distribuzione simile del tessuto adiposo; con la maturità sessuale le cose cambiano e le donne accumulano più adipe sottocutaneo rispetto agli uomini, a livello di braccia, cosce, glutei e ventre. Gli uomini hanno meno grasso sottocutaneo ma hanno una predisposizione a sviluppare la tipica pancia rotonda. I chili di troppo accumulati in sottocute sono meno pericolosi di quelli nella regione addominale e viscerale. Il grasso viscerale infatti è associato ad un aumentato rischio per le patologie del cuore, l’ipertensione, il diabete di tipo 2, le sindromi metaboliche e la mortalità precoce. La pancia da birra diviene più evidente, e purtroppo prominente, con l’età perché, durante l’invecchiamento il fabbisogno calorico diminuisce come anche l’attività fisica e di conseguenza, è più facile prendere peso. L’unica soluzione per eliminare o ridurre l’accumulo di grasso è svolgere un’attività fisica regolare, bastano anche 30 minuti di camminata al giorno. La cosa positiva è che, quando si inizia a perdere peso, si elimina più facilmente il grasso viscerale in quanto più metabolicamente attivo. Infine, una buona notizia ci è data dagli scienziati dell’Oregon State University, che hanno affermato che la birra può addirittura aiutare a perdere peso. Lo studio è stato pubblicato nel 2016 sulla rivista Archives of Biochemistry and Biophysics e mostra come lo Xantumolo del luppolo, riduca la probabilità di sviluppare una sindrome metabolica, caratterizzata da obesità, ipertensione, iperglicemia ed elevati livelli colesterolo cattivo (LDL). Lo studio è stato condotto solo sui topi da laboratorio e i ricercatori alla fine hanno però affermato che gli esseri umani, per ottenere gli effetti dimagranti dello Xantumolo, dovrebbero bere circa 3.500 litri di birra al giorno; con un simile quantitativo non solo si perdono i chili di troppo ma anche la vita. Pertanto è necessario estrarre e concentrare lo Xantumolo per poter assumere il quantitativo efficace senza gli effetti collaterali dovuti al consumo eccessivo di alcol.

La birra in cucina

La birra, come ben sappiamo, non è consumata solo come bevanda ma viene impiegata in cucina nella preparazione di moltissime ricette, dal salato al dolce. La birra non viene usata solo per insaporire ma anche per la sua capacità di ammorbidire le carni messe a marinare o a frollare in essa, rendendo il loro sapore molto più ricco e sugoso. La birra può essere usata anche per stufare, ottenendo una vera e propria cottura in umido, ma anche per sfumare, esattamente come con il vino, avendo cura però di non coprire con il coperchio per permettere alla parte alcolica di evaporare. Ultimamente, va di moda affogare il gelato, specie al gusto di vaniglia o cioccolato, con la birra, in particolare con le STOUT. In alternativa si può usare la riduzione di birra per decorare alcuni piatti. Infine, la birra può essere usata anche come condimento dell’insalata nella preparazione di una vinaigrette, al posto dell’aceto, assieme alla senape. Ovviamente il tipo di birra va abbinato al piatto da preparare; questi sono solo alcuni consigli ma, data la ricchezza degli stili birrai, le combinazioni e le possibilità sono davvero molte, per cui, date libero sfogo alla fantasia!

 

Conclusioni e consigli

Questo articolo ha carattere scientifico-divulgativo ed è puramente informativo. Non rappresenta un incentivo a consumare più birra ma ad evidenziare i componenti che hanno attività benefica per l’organismo. Pertanto, oltre ad una dieta sana ed equilibrata, che include anche il consumo di birra o di vino, e un’attività fisica quotidiana, è possibile assumere, concentrate, alcune delle sostanze presenti nella birra, tramite gli integratori, che apportano il quantitativo giornaliero adeguato, senza l’aggiunta di alcol e zuccheri e senza calorie in eccesso.

Presso il nostro sito è possibile acquistare prodotti specifici per le diverse esigenze. Ad esempio, per coloro che praticano sport finalizzato soprattutto all’aumento della massa muscolare, o per chi segue una dieta proteica, sono indicate le maltodestrine che mantengono stabili i livelli glicemici, sono ricche di fibre e sono utili a ripristinare le energie ed i liquidi persi con l’allenamento. Per la cura della salute e della bellezza sono inoltre a disposizione una vasta gamma di prodotti antiossidanti, sali minerali, vitamine, probiotici e prebiotici. 


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0 Comments | Posted in Alimentazione e Integrazione By Dott.ssa Anna Contato

Al giorno d’oggi i rimedi naturali stanno entrando sempre di più nella vita di tutti i giorni e stanno acquisendo importanza anche tra le comunità medico-scientifiche; spesso infatti vengono prescritte da sole o in associazione alle terapie tradizionali per curare le patologie e i disturbi che maggiormente affliggono la popolazione in modo da limitare o eliminare gli effetti indesiderati dei farmaci o evitare le farmacoresistenze. Nel corso della storia, infatti, i rimedi naturali hanno destato l’attenzione della medicina tradizionale grazie alla scoperta di interessanti attività biologiche e terapeutiche, tanto che, i principi attivi di alcuni di essi sono attualmente impiegati anche come chemioterapici. Per molti secoli, il fungo Cordyceps, della famiglia delle Cordycipitaceae (che include oltre 400 specie), è stato impiegato nella medicina tradizionale cinese.

In questo articolo verranno illustrate le proprietà del Cordyceps, dimostrate attraverso studi scientifici che hanno identificato composti bioattivi dall’attività antinfiammatoria, antimicrobica, immunomodulante, antiossidante, anti-iperglicemizzante e ipocolesterolemizzante, immunomodulatoria, nefroprotettiva, epatoprotettiva, antitumorale. Nella Medicina Tradizionale Cinese (MTC) e Ayurvedica il Cordyceps viene impiegato da più di 2000 anni anche come tonico ricostituente, per preservare l’energia, per migliorare le prestazioni sessuali e come rimedio naturale contro l’invecchiamento. Per questi motivi, spesso in Cina viene chiamato anche Fungo della Giovinezza. Precisamente, secondo la MTC, l’azione del Cordyceps si concentra sui meridiani dei reni e dei polmoni, sede della vita e dell’energia vitale da cui dipende anche la capacità riproduttiva. Ai reni sono inoltre collegate le ossa, la produzione di midollo osseo e la respirazione polmonare pertanto il fungo si rivela utile anche in patologie che comportano emottisi, come ad esempio la tubercolosi.

 

Il Cordyceps sinensis

Il Cordyceps è un Ascomiceta parassita che, attraverso le sue spore infetta le larve di alcuni insetti ed artropodi; le numerose specie sono diffuse in tutto il mondo ed esistono varietà che infettano anche altri funghi. Le spore di Cordyceps si depositano sull’insetto per poi germogliare e formare le ife che, durante l’inverno, continueranno a crescere all’interno dell’ospite. Le ife cresciute si trasformano in micelio che diffonde e continua la sua crescita consumando l’insetto dall’interno, arrivando ad occuparne tutto il corpo. In questa fase, alcune specie di Cordyceps sono in grado anche di influenzare il comportamento dell’ospite.  Trascorso l’inverno, una volta instaurate le condizioni ambientali ottimali, un fungo, a forma di lama o bastoncello, verrà prodotto dalla testa dell’insetto. Tale protuberanza si chiama corpo fruttifero e determina la morte dell’insetto e l’inizio di un nuovo ciclo vitale per il fungo, con il rilascio di nuove spore. Anche se il suo ciclo riproduttivo può far pensare al film Alien o appunto al fungo alieno “Ripley” del romanzo “l’Acchiappasogni” di Stephen King, non dobbiamo allarmarci in quanto per noi umani è assolutamente innocuo, anzi i benefici che apporta sono molteplici e vi faranno sicuramente cambiare idea su di lui.

Tra le oltre 400 specie di Cordyceps, il C. Sinensis è quello più noto e utilizzato in tutto il mondo, oltre ad essere la varietà per la quale sono stati prodotti più studi scientifici. Il C. Sinensis si trova esclusivamente nella zona dell’altopiano Himalayano, tra i 3000 e i 5000 metri sopra il livello del mare. Il suo ospite è un lepidottero che appartiene al genere Thitarodes Armoricanus, noto come “falena fantasma” o “insetto caterpillar” e, di conseguenza, il C. Sinensis viene chiamato anche “fungo Caterpillar”. Il suo nome cinese è invece “dong chong xia cao” che significa “bruco in inverno, pianta in estate” per la sua capacità di trasformarsi durante il suo ciclo riproduttivo. In latino il temine Cordyceps deriva dal latino e significa “pianta dalla testa” e Sinensis significa “cinese”.

La scoperta dei benefici del Cordyceps Sinensis risalgono a oltre 2000 anni fa, da parte dei pastori tibetani. Infatti, ogni anno i pastori attendevano la fine dell’inverno per portare in primavera i loro buoi, gli Yak, al pascolo tra le alture dell’altopiano. I pastori iniziarono ad osservare un curioso comportamento dei loro animali: gli Yak scavavano nel terreno per estrarre e mangiare una strana pianta che cresceva sulla testa di alcuni bruchi morti. Capirono che si trattava di un fungo e notarono che gli Yak, dopo averlo mangiato, erano molto più vitali, reattivi ed agili, e anche la loro capacità riproduttiva era aumentata consentendo ai pastori di avere un bestiame più numeroso. Incuriositi, anche i pastori iniziarono ad introdurre i funghi nella loro dieta e notarono un miglioramento della capacità respiratoria ad altitudini elevate come quella dei pascoli Himalayani. Notarono inoltre di essere meno soggetti alle comuni patologie che affliggevano la loro popolazione. Nell’antica Cina, il Cordyceps era venerato ad un punto tale che il suo uso era riservato esclusivamente alla famiglia reale. Le sue proprietà assieme ai numerosi benefici sulla salute sono inoltre ampiamente descritte nel Ben-Cao-Cong-Xin, ovvero la nuova stesura della Materia Medica Cinese. Il Cordyceps divenne però famoso solo nel 1993, in occasione dei giochi nazionali cinesi di Pechino in cui, diversi runners cinesi avevano battuto i record di atletica leggera. Tali record rimasero imbattuti per 23 anni e il loro allenatore sostenne che il successo della sua squadra era dovuto ad un tonico a base di C. Sinensis e sangue di tartaruga: tale preparato superò i test anti-doping pertanto, l’uso di questo fungo sconosciuto iniziò a diffondersi nel mondo. Il C. Sinensis, a differenza degli altri funghi, ha destato l’attenzione anche dell’industria farmaceutica per la produzione di farmaci alternativi ai trattamenti tradizionali ed integratori dietetici. La Food and Drug Administration (FDA, l’ente americano preposto ai controlli sui farmaci e sugli alimenti) ha dichiarato il Cordyceps un alimento generalmente riconosciuto come sano (GRAS, “Generally Recognized as Safe”) e molti ricercatori lo considerano anche un “super-alimento”. Curiosamente, data la scarsa diffusione della varietà Sinensis, il suo costo è molto elevato, oltre i 20.000 $/kg, rendendo il Cordyceps il fungo più costoso al mondo. Tale costo è dovuto alle iniziali difficoltà di coltivare questo fungo e di sopperire alla richiesta di funghi selvatici medicinali da parte del mercato nordamericano. Recentemente in Asia sono state messe a punto tecniche per la coltivazione del C. Sinensis, tuttavia esse non sono ancora adeguate per sostenere una produzione su larga scala. Ne sono scaturiti diversi studi scientifici che hanno dimostrato che le presunte proprietà straordinarie del fungo Caterpillar vanno ben oltre alla semplice superstizione o tradizioni folkloristiche e in questo articolo verranno descritte in dettaglio.

 

Principi attivi del Cordyceps Sinensis

I principali componenti del Cordyceps deputati allo svolgimento di azioni benefiche nel nostro organismo sono:

- La Cordycepina, ovvero un nucleoside purinico con funzione di antibiotico naturale dalle proprietà antitumorali;

- Ergosterolo ed ergosterolo palmitato, entrambi precursori della vitamina D2 contenuta anche in altri funghi e nei lieviti;

- Acido Cordycepico: si tratta dello zucchero D-Mannitolo che facilita l’ingresso di sostanze chimiche bioattive nel cervello;

- Polisaccaridi come ciclofurani, β-glucani, b-mannani che, assieme al già citato acido cordycepico hanno funzione immunomodulante;

- Sali minerali tra cui sodio, potassio, calcio, magnesio, ferro e zinco;

- Vitamine E, K, B1, B2 e B12;

- Aminoacidi essenziali, ovvero quelle sostanze indispensabili per svolgere determinate funzioni che l’organismo non è in grado di produrre e che assume con l’alimentazione.

 

Proprietà medicinali del Cordyceps Sinensis

Ad oggi, diversi studi sono stati condotti in campo medico sulle proprietà benefiche date dai costituenti chimici del fungo, con potenziali applicazioni terapeutiche. I principali benefici sono:

- Stimolante del sistema immunitario con effetti antinfiammatori

- Antimicrobico e antivirale naturale

- Protezione polmonare

- Proprietà cardioprotettiva

- Protezione epatica

- Mantenimento della funzionalità renale

- Azione ipoglicemizzante e ipocolesterolemizzante

- Antiossidante, anti-age e antidepressivo

- Attività antitumorale e supporto alle cure oncologiche tradizionali

- Aumenta la resistenza e migliora la performance atletica

- Migliora la libido, la funzionalità sessuale e la fertilità (è chiamato anche viagra dell’Hymalaya)

 

Stimolante del sistema immunitario con effetti antinfiammatori

Diversi studi scientifici hanno dimostrato, sia in vitro sia in vivo, le proprietà immunomodulanti del C. Sinensis. Il fungo infatti è in grado, di aumentare il numero dei globuli bianchi, ovvero delle cellule che costituiscono la prima linea di difesa del nostro corpo e che ci proteggono dagli attacchi di agenti esterni come batteri e virus, ma anche da sostanze tossiche o cellule tumorali che possono formarsi a seguito di mutazioni nel DNA. Secondo uno studio pubblicato sul Chinese Journal of Integrated Traditional Western Medicine, sembra che l’alto contenuto di polisaccaridi, ed in particolare di β-glucani, non agisca direttamente sull’agente responsabile della malattia ma sulle cellule del nostro sistema immunitario, aumentandone il numero e potenziando la loro attività per una risposta più rapida ed efficace che porta alla distruzione del patogeno o delle cellule malate. Le ricerche hanno riscontrato un aumento significativo del numero di macrofagi e cellule Natural Killer (particolari tipi di cellule immunitarie) sia in individui sani, sia in individui malati, affetti da leucemia e quindi con un sistema immunitario compromesso. In tal modo, grazie alle difese immunitarie attivate, l’intensità dei sintomi sarà più lieve ed, eventualmente, la guarigione sarà più rapida. Questo effetto è stato osservato anche in altri pazienti immunodepressi, come quelli che hanno subito trapianti, chemioterapie o affetti da patologie autoimmuni o virali croniche.

Il C. Sinensis, in virtù della sua capacità immunomodulante, possiede anche effetti antinfiammatori. L’infiammazione, come è noto, è alla base di molti processi patologici come traumi, infezioni e cancro. Si è visto che il fungo è in grado di sopprimere la produzione di COX-2 (Ciclossigenasi di tipo 2), NFkB (Fattore nucleare k di attivazione delle cellule B) e TNFα (fattore di necrosi tumorale α), ovvero proteine che vengono prodotte nelle fasi acute del processo infiammatorio.

 

Antimicrobico e antivirale naturale

Grazie ai numerosi principi attivi presenti nel fungo, la ricerca si è concentrata nell’identificazione di quelle sostanze che hanno attività di antibiotico naturale. E’ stato infatti dimostrato che, assieme ai polisaccaridi, la cordycepina agisce efficacemente contro tutti i ceppi batterici che hanno sviluppato, o stanno sviluppando ultimamente, resistenza agli antibiotici tradizionali (ad esempio penicillina, anch’essa derivata da un fungo). Il C. Sinesis è in grado di inibire la crescita di batteri Gram positivi e Gram negativi mentre mostra una scarsa attività contro le infezioni da funghi e lieviti. In numerosi trials clinici condotti in Cina e Giappone, l’assunzione di Cordyceps si è rivelata particolarmente efficace nel trattamento della tubercolosi e della lebbra.  Ulteriori esperimenti hanno dimostrato attività antibatterica in particolare contro lo Staphylococcus Aureus (infezioni a carico di pelle, apparati scheletrico, urinario, respiratorio e sistema nervoso centrale) e l’Escherichia Coli (patologie intestinali, genitourinarie, meningite, peritonite, polmonite, setticemia).

Per quanto riguarda l’attività antivirale, diversi studi hanno osservato che la Cordycepina è in grado di inibire la replicazione del genoma di alcuni virus come quello dell’influenza, di Epstein-Barr (responsabile della mononucleosi infettiva o “malattia del bacio”), e persino di HIV-1, il virus responsabile dell’AIDS, stabilizzando la malattia. La Cordycepina è attiva anche contro virus che infettano piante, raccolti e bestiame.

 

Protezione Polmonare

Il C. Sinensis svolge un’importante azione rilassante sui bronchi, inducendo una maggior secrezione di adrenalina da parte delle ghiandole surrenali. In Tibet ed in Nepal la popolazione utilizzava il Cordyceps per affrontare l’affaticamento conseguente al lavoro che svolgevano ad elevate altitudini perché aumentava la loro capacità di ossigenazione. E’ stato dimostrato che l’estratto di Cordyceps inibisce le contrazioni tracheali in quanto aumento il flusso di aria nei polmoni, di particolare importanza per i malati di asma. E’ inoltre un antitussivo, espettorante con azione antiasmatica ed è in grado di prevenire l’enfisema polmonare. Molti studi hanno inoltre illustrato l’uso del Cordyceps nel trattamento di diverse patologie respiratorie come la malattia polmonare ostruttiva e la bronchite cronica

 

Proprietà cardioprotettiva

Studi condotti sia su animali da laboratorio sia sull’uomo hanno dimostrato che il Cordyceps è in grado di rafforzare il muscolo cardiaco, migliorandone la funzionalità. Aumenta infatti la tolleranza in caso di ipossia cardiaca in quanto riduce il consumo di ossigeno da parte delle cellule del miocardio. Grazie a questa sua proprietà, il fungo è stato approvato nel trattamento delle aritmie e nel recupero dall’ictus, in Cina. L’introduzione del Cordyceps nella dieta, ha inoltre apportato un miglioramento della qualità della vita in pazienti affetti da insufficienza cardiaca cronica.

Come è noto, per prevenire il rigetto in caso di trapianto di organi come il cuore, vengono routinariamente impiegati farmaci immunosoppressori. Tuttavia, trattamenti prolungati con queste sostanze portano a gravi effetti collaterali, tra i quali danni ai reni e al sistema di filtrazione renale e, ironicamente, un aumentato rischio di malattia cardiaca. Pertanto, un promettente studio condotto nel 2008 ha dimostrato che l’estratto di Cordyceps può ridurre la reazione di rigetto in un modello murino di trapianto cardiaco, aprendo la possibilità di utilizzo del fungo nell’immediato futuro come importante adiuvante nella terapia post-trapianto.

 

Protezione epatica

Il Cordyceps aumenta efficientemente la funzionalità epatica. La Medicina Tradizionale Cinese infatti ha da sempre incentrato le sue ricerche sullo studio di composti naturali in grado di prevenire le patologie del fegato o di contenerne la sintomatologia. Alcuni studi clinici hanno effettivamente osservato che il C. Sinensis è in grado di ridurre la quantità di sostanze tossiche rilasciate dal corpo e di migliorare la funzionalità delle cellule epatiche aumentando la funzionalità del fegato, con conseguente riduzione della steatosi e della fibrosi in pazienti con Epatite A acuta ed epatiti croniche B e C. Come già descritto, è inoltre in grado di regolare le cellule del sistema immunitario aumentando le difese anti-virali dell’organismo, prevenendo o contenendo i sintomi delle epatiti virali. Ad esercitare tali effetti benefici sono principalmente i polisaccaridi.

 

Mantenimento della funzionalità renale

In Cina, il Cordyceps è utilizzato regolarmente nella terapia delle malattie del rene, incluse la nefrite cronica, la pielonefrite cronica, la disfunzione o l’insufficienza renale e la sindrome nefritica. I risultati ottenuti da studi di laboratorio e da trials clinici indicano che il Cordyceps esercita un importante ruolo protettivo durante il trapianto di rene, in maniera molto simile a quanto descritto per il trapianto cardiaco. Ad esempio, una particolare preparazione a base di micelio di Cordyceps riduce la reazione di rigetto del rene trapiantato, migliorando e aumentando le funzioni di fegato e rene, stimolando la produzione di globuli rossi e, grazie all’azione antibatterica, riducendo la suscettibilità alle infezioni dei pazienti trapiantati. Similmente, in pazienti con insufficienza renale cronica, l’estratto di C. Sinensis potenzia la funzione renale, diminuendo i livelli di urea e creatinina nel sangue.

 

Azione ipoglicemizzante e ipocolesterolemizzante

Numerosi studi hanno osservato che il Cordyceps si rivela utile nella gestione dei livelli di zucchero nel sangue. In particolare, i polisaccaridi isolati dal Cordyceps sono responsabili dell’abbassamento della glicemia in un modello di diabete nel topo.  Inoltre, il consumo dell’estratto di C. Sinensis aumenta la sensibilità all’insulina e contemporaneamente abbassa il picco glicemico dovuto al consumo di carboidrati in ratti sani, non diabetici; sempre nei ratti di laboratorio, tale estratto, somministrato per 17 giorni, rallenta anche la perdita eccessiva di peso indotta dal diabete, riduce la sete e migliora la tolleranza verso il glucosio. Tutte queste proprietà costituiscono una protezione dal rischio di insorgenza del diabete. Gli studi sull’uomo sono ancora in fase di completamento, specialmente per quanto riguarda la definizione dell’efficacia e della sicurezza. Infatti, le persone diabetiche devono prestare attenzione in caso di assunzione di integratori a base di Cordyceps in quanto l’eccessivo abbassamento dei livelli di zucchero nel sangue potrebbe essere dannoso; si consiglia sempre il consulto del medico prima di introdurre il Cordyceps nel proprio regime dietetico. Il Cordyceps è anche in grado di abbassare i livelli circolanti di colesterolo e trigliceridi e di aumentare invece quelli di HDL, ovvero delle lipoproteine ad alta densità conosciute anche come il “colesterolo buono”, riducendo pertanto l’aterosclerosi.

 

Antiossidante, anti-age e antidepressivo

In alcune zone dell’Asia e della Cina, il Cordyceps viene tradizionalmente impiegato nella popolazione anziana per migliorare i sintomi di debolezza, lentezza dei movimenti e affaticamento associati all’invecchiamento. Sono stati condotti pochi studi clinici, tuttavia si è visto che i principi attivi contenuti nel fungo sono in grado di ridurre lo stress ossidativo causato da un eccesso di radicali liberi attraverso l’aumento nel siero, nel fegato e nei muscoli dei livelli degli enzimi SOD (superossido dismutasi) e catalasi, che trasformano i radicali liberi in composti innocui come acqua ed ossigeno.

I radicali liberi, quando sono presenti in quantità eccessive, possono attaccare i costituenti principali delle cellule, causando danni ad organi e tessuti con conseguente invecchiamento precoce. I composti biologicamente attivi del fungo proteggono specialmente le membrane ad elevata componente lipidica come il tessuto nervoso centrale e periferico. I neuroni sono rivestiti dalla mielina, ovvero una guaina composta per l’80% da lipidi, che avvolge e protegge le cellule consentendo una corretta trasmissione dell’impulso nervoso. La mielina può essere quindi gravemente danneggiata dai radicali liberi. In questo scenario, il Cordyceps si rivela un ottimo alleato nei disturbi cognitivi e nelle patologie neurodegenerative quali demenza, Alzheimer, malattia di Parkinson… Oltre a tale azione antiossidante, il C. Sinensis aiuta nel mantenimento dei normali equilibri dei neurotrasmettitori, ovvero quelle sostanze che, attraverso le sinapsi, veicolano le informazioni fra i neuroni.  Studi attualmente condotti solo in vitro hanno evidenziato che, a differenza di alcuni farmaci antidepressivi con effetto serotoninergico (agiscono inibendo selettivamente la ricaptazione della serotonina), il Cordyceps agisce sui sistemi adrenergici e dopaminergici pertanto può essere associato ai comuni antidepressivi migliorando l’umore e la percezione degli eventi da parte dei soggetti trattati.

 

Attività antitumorale e supporto alle cure oncologiche tradizionali

Il cancro rappresenta la seconda causa di morte associata a malattia nel mondo. Diversi farmaci antitumorali sono stati sintetizzati da principi attivi naturali a causa delle limitazioni di alcuni approcci chirurgici e dei numerosi effetti tossici di radio- e chemioterapie tradizionali. Promettenti studi di laboratorio hanno dimostrato che il Cordyceps possiede un’attività antitumorale in diversi tipi di neoplasia, tra cui linfoma, melanoma, tumore della prostata, del seno, del fegato e del colon-retto. In particolare, polisaccaridi e steroli sono i composti bioattivi che inducono l’arresto del ciclo cellulare e l’apoptosi (ovvero spingono le cellule malate a “suicidarsi”), riducendo di conseguenza le dimensioni del tumore e la sua capacità di proliferazione metastatizzazione. Alcuni trials, condotti in Cina e Giappone, hanno identificato che la dose terapeutica di Cordyceps per osservare degli effetti è pari a 6.0 grammi al giorno. Uno studio successivo condotto su 50 pazienti affetti da tumore al polmone ha dimostrato che l’assunzione di 6.0 grammi di Cordyceps al giorno per 2 mesi, associato alla chemioterapia, ha dimostrato una riduzione delle dimensioni del tumore nel 46% dei casi.  I ricercatori hanno inoltre osservato un significativo miglioramento dei sintomi nei pazienti, con una maggior tolleranza verso la radio- e la chemioterapia; questo meccanismo sembra essere dovuto anche al fatto che il Cordyceps potenzia la risposta immune, incrementando la reattività delle cellule immunitarie contro le cellule maligne. Questi studi, anche se ancora limitati, pongono le basi per l’utilizzo del fungo come coadiuvante nella terapia del cancro.

 

Aumenta la resistenza e migliora la performance atletica

Come già accennato nell’introduzione, il Cordyceps è noto per la sua abilità di aumentare la resistenza fisica e viene usato dagli sportivi. Alcune ricerche hanno evidenziato che, anche in persone sedentarie o che praticano una moderata attività fisica, il Cordyceps, grazie alla cordycepina, adenosina, acido cordicepico, d-mannitolo, polisaccaridi e vitamine, aumenta la bioenergia cellulare, ovvero la sintesi di ATP (adenosina trifosfato, molecola indispensabile nel metabolismo); di conseguenza l’organismo utilizza in modo più efficace l’ossigeno, ha un più rapido recupero dell’energia e un minor affaticamento. Il Cordyceps inoltre previene o riduce la contrazione dei vasi sanguigni che interferisce con l’afflusso di sangue agli arti inferiori, aumentando quindi la resistenza delle gambe.

 

Migliora la libido, la funzionalità sessuale e la fertilità

Da secoli il C. Sinensis viene utilizzato nella Medicina Tradizionale Cinese e nelle culture orientali per trattare le problematiche della sfera sessuale sia maschile che femminile, come ad esempio il calo della libido, l’impotenza e l’infertilità e, per quanto riguarda gli uomini, accresce il conteggio e la sopravvivenza degli spermatozoi. Tre diversi trials clinici sono stati condotti in Cina su un campione di 200 maschi adulti che presentavano una “ridotta libido e altri problemi sessuali”, a cui è stato somministrato il placebo o l’estratto di Cordyceps. Alla fine dello studio sono stati ottenuti importanti risultati in quanto il 64% degli utilizzatori di Cordyceps ha riscontrato un significativo miglioramento. In un altro studio, condotto in maniera analoga ma su un campione di donne in età avanzata, con problematiche simili, il 90% delle utilizzatrici di Cordyceps ha riportato un miglioramento significativo delle loro condizioni iniziali. Ulteriori studi condotti su un campione misto di donne e uomini, per un totale di 189 pazienti, è stato registrato un miglioramento nel 66% dei casi. Ulteriori studi su soggetti maschi hanno inoltre dimostrato che, dopo 8 settimane di assunzione del Cordyceps, il conteggio degli spermatozoi è aumentato del 33% assieme ad un aumento del 79% della loro sopravvivenza mentre l’incidenza di malformazioni è diminuita del 29%. Queste proprietà del Cordyceps sembrano dipendere dalla capacità di regolare la steroidogenesi e aumentare il rilascio di testosterone.

Il C. Sinensis viene inoltre ampiamente utilizzato nel campo delle cure per l’infertilità ed in particolare, alcune evidenze suggeriscono  che il fungo esercita un effetto benefico sulla fertilità femminile e sulle possibilità di successo delle fecondazioni in vitro (IVF, in vitro fertilisation); ciò in parte è dovuto alla capacità del fungo di stimolare la produzione di 17β-estradiolo (o estrogeno) attraverso l’aumento dell’espressione di proteine ed enzimi coinvolti nella sintesi degli steroidi. Questo meccanismo si rivela di fondamentale importanza anche per la gestione dell’osteoporosi postmenopausale.

 

Formulazioni del Cordyceps

Il C. Sinensis viene in genere venduto sottoforma di compresse, capsule o di preparato in polvere. E’ inoltre possibile trovarlo come additivo alimentare in preparati a base di cioccolato o miele ma, in tal caso, essendo la concentrazione molto bassa o presente in tracce, i benefici apportati sono blandi.

Nelle formulazioni è possibile trovare: il micelio, più diffuso sul mercato; l’estratto, più concentrato e ottenuto con svariate tecniche per l’estrazione dei principi attivi la cui attività terapeutica, a parità di dose, è superiore alla polvere di micelio; sinergico ovvero un mix di micelio ed estratto in percentuali variabili, unendo quindi i benefici di entrambe le formulazioni.

Gli integratori disponibili sul mercato forniscono in genere tra i 500 e i 1000mg di estratto di Cordyceps a porzione. Gli studi scientifici hanno identificato che l’assunzione giornaliera di Cordyceps per avere effetti benefici sulla salute è compresa nell’intervallo 1000-3000mg; tale dosaggio va inoltre adattato anche al tipo di attività del soggetto, all’età, al sesso e alle esigenze e per gli sportivi si può arrivare anche a 6000-9000mg. Il dosaggio può essere assunto in una sola volta o prima dei pasti e, per facilitare l’assorbimento dei principi attivi del Cordyceps, è suggerita l’assunzione di Vitamina C.

 

Effetti collaterali e controindicazioni

Il consumo di Cordyceps è considerato sicuro per l’uomo e non sono stati documentati danni rilevanti sulla salute dovuti al suo consumo. In una piccolissima porzione di utilizzatori sono stati riportati temporanei e risolvibili disturbi di natura gastrointestinale o raramente, la sensazione di secchezza della cavità orale. Essendo in ogni caso un fungo, possono verificarsi episodi di allergia nei confronti di alcuni principi attivi, in soggetti sensibili. A scopo precauzionale, come per la maggior parte di sostanze naturali con proprietà medicinali, si sconsiglia l’assunzione durante la gravidanza e l’allattamento ed in ogni caso è sempre opportuno il consulto con il proprio medico.

 

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0 Comments | Posted in Alimentazione e Integrazione By Dott.ssa Anna Contato

Storia

Il Genere Curcuma (in inglese Turmeric) appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae (la stessa dello Zenzero e del Coriandolo) e comprende circa 80 specie conosciute. La specie maggiormente impiegata in cucina e in fitoterapia è la Curcuma Longa o Curcuma Domestica. La curcuma è una pianta erbacea perenne, con grandi fiori gialli che può raggiungere il metro di altezza; nasce spontaneamente nell’Asia meridionale, dall’India alla Malesia e predilige le aree a clima tropicale e ad elevata piovosità, con temperature comprese tra i 20 e i 35°C. La radice è la parte della pianta che viene utilizzata ed è costituita da un grosso rizoma cilindrico, ramificato e globoso, anch’esso intensamente giallo-arancio e fortemente aromatico.

Questa spezia è presente nella storia dell’uomo da almeno 4000 anni. Veniva impiegata dagli Assiri per tingere i loro tessuti. Gli indiani già ne avevano individuato le proprietà terapeutiche e consideravano la curcuma una spezia magica in quanto il suo potere colorante giallo era secondo loro correlato al sole. Il giallo intenso della curcuma viene tuttora utilizzato per tingere artigianalmente le stoffe dei monaci buddisti e come ingrediente nella preparazione di una famosa miscela di spezie di origine indiana, il curry. Un uso molto particolare della curcuma è presente in alcune tradizioni folkloristiche indiane. Il caso più celebre è la cerimonia bengalese del “gaee holud” durante i preparativi delle nozze, in cui si utilizza la il pigmento, chiamato Sindur, per colorare il corpo e i capelli delle spose. Nel XIII secolo Marco Polo, nei racconti dei suoi viaggi in Cina, descrive la Curcuma: "Vi è anche un vegetale, che ha tutte le proprietà del vero zafferano, così come il colore, ma che non è vero zafferano… (La Curcuma) è tenuta in grande considerazione, ed è un ingrediente in tutti i loro piatti". Anche se la data rimane incerta, sembra  che ad introdurre la curcuma in Europa siano stati gli Arabi, specializzati nel commercio delle spezie; essi sono stati i primi a darle il nome di “Kur Kum”, che significa “zafferano”. Da allora il nome è rimasto invariato e il suo uso si è rapidamente diffuso in tutto il mondo. A causa del colore molto simile allo zafferano, per molto tempo fu considerata una spezia poco nobile e fu infatti soprannominata “zafferano dei poveri” o “zafferano delle indie”: non possiede alcuna parentela con lo zafferano ma ne condivide il medesimo potere colorante, con un prezzo nettamente inferiore.

 

Posologia, usi in gastronomia e nell’industria alimentare

Dal rizoma giallo intenso della curcuma, bollito, essiccato e polverizzato si ottiene una polvere finissima, molto utilizzata nella gastronomia indiana e asiatica. L’ingrediente attivo è rappresentato dalla curcumina, caratterizzata da un sapore terroso, amaro, piccante e molto volatile; al contrario, l’intensità del colore permane inalterata nel tempo.

La curcuma, fino a 8 g/die non è tossica per l’uomo   e la Food and Drug Administration americana (FDA) l’ha classificata come  “GRAS”, General Recognition And Safety, ovvero “Generalmente Riconosciuta Sicura”. Per un uso salutistico è sufficiente introdurre la spezia nella dieta quotidiana. La dose giornaliera consigliata è compresa tra 3-5g, che corrispondono a circa 2 cucchiaini da caffè, da usare come condimento sulle pietanze, ma anche per preparare salse, yogurt o bevande. Oltre ad essere un insaporitore, la curcuma viene impiegata come colorante alimentare e tra gli additivi alimentari codificati dall’Unione Europea, la curcuma è indicata con E100.

 

Composizione e assorbimento nell’organismo

Dei tre curcuminoidi principali ritrovati nella curcuma (curcumina, demetossi curcumina e bis-demetossicurcumina), la curcumina, responsabile del pigmento giallo, possiede le proprietà farmacologiche. La curcumina è un composto polifenolico biologicamente attivo, isolata per la prima volta dai rizomi della curcuma nel 1815 da due scienziati tedeschi, Vogel e Pelletier, che le diedero il nome ancora oggi in uso. Appare come una polvere con scarsa solubilità in acqua, mentre è solubile in olio, etanolo e acido acetico.

La curcumina è una delle sostanze di origine vegetale più studiate per le proprietà antiossidanti e chemiopreventive, insieme a licopene (pomodori), genisteina (soia), resveratrolo (vino rosso), quercetina (cipolle, capperi, molti altri vegetali) ed epigallocatechina-3 gallato (tè verde). Sebbene la curcuma da sola sia una potente spezia medicinale, essa possiede una scarsa biodisponibilità a causa del suo rapido metabolismo nel fegato e nella parete intestinale con conseguente assorbimento sub ottimale da parte dell’organismo.

Per risolvere questo problema è consigliata l’associazione con un piccolo quantitativo di pepe nero: la piperidina contenuta in quest’ultimo, infatti, è in grado di aumentare la biodisponibilità della curcumina. Quando il pepe nero è appena macinato, gli oli essenziali del pepe si sprigionano e sono più biodisponibili. In alternativa è possibile sciogliere la curcuma in olio o thè verde o in qualsiasi alimento grasso.

 

Benefici della curcumina sulla nostra salute

La curcuma possiede molteplici proprietà benefiche, riconosciute dalla medicina tradizionale (non solo da quella alternativa); le prove raccolte in studi preclinici (ovvero condotte su animali) e clinici (condotti sull’uomo) hanno evidenziato che la curcumina agisce e modula numerosi bersagli molecolari ed esercita diverse attività biologiche che possono essere così elencate:

  • Azione antiossidanti e detossificante
  • Attività antinfiammatoria e anti-dolorifica
  • Previene le infezioni batteriche e rafforza il sistema immunitario
  • Attività anticoagulante/antipiastrinica
  • Attività antireumatica
  • Attività neuroprotettiva e di miglioramento delle funzioni cognitive
  • Proprietà digestive e carminative
  • Aiuta a prevenire e/o gestire il diabete di tipo 2
  • Contribuisce all’efficacia dei farmaci antidepressivi
  • Attività cardioprotettiva
  • Proprietà antitumorali

Di seguito vengono descritte le principali proprietà benefiche di questa spezia, validate attraverso studi scientifici.

 

Attività antiossidante e detossificante

Alcuni fattori ambientali possono indurre la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e dell’azoto (RNS), ovvero dei radicali liberi, responsabili dello stress ossidativo: la luce UV e le radiazioni, gli inquinanti atmosferici come l’ozono, il fumo di sigaretta, il consumo eccessivo di alcool e abitudini di vita scorrette, l’esposizione a solventi e metalli pesanti etc…

Tuttavia, alle giuste concentrazioni, i ROS e i RNS prodotti anche dal nostro organismo svolgono importanti funzioni fisiologiche, quali ad esempio, la maturazione delle strutture cellulari e la regolazione del flusso sanguigno; vengono inoltre impiegati da alcune cellule del sistema immunitario come armi per combattere e distruggere le cellule tumorali e gli agenti infettivi responsabili di infezioni.

I problemi insorgono pertanto quando viene a mancare l’equilibrio tra la produzione e/o l’accumulo di radicali liberi e le difese antiossidanti messe in atto dalle cellule. Lo stress ossidativo si verifica in presenza di uno sbilanciamento a favore di ROS e RNS, con conseguenze che possono contribuire alla genesi e allo sviluppo di patologie come il cancro, l’aterosclerosi, le malattie neurodegenerative e l’invecchiamento precoce.

Per combattere lo stress ossidativo il corpo utilizza antiossidanti, sostanze che possono essere prodotti dall’organismo stesso o possono essere assunte tramite la dieta o tramite la vasta varietà di integratori e supplementi nutrizionali presenti sul mercato.

Per il mantenimento di un corretto equilibrio fisiologico è necessaria una giusta proporzione tra radicali liberi e antiossidanti. La curcumina è un antiossidante assunto con la dieta e funge da efficace scavenger, ovvero da spazzino, di ROS e RNS.

Infatti, la curcumina assunta per via orale, adeguatamente associata a piperina o solubilizzata in composti oleosi, può raggiungere nel tratto gastrointestinale concentrazioni sufficienti per esercitare un effetto protettivo nella mucosa contro il danno ossidativo del DNA. Oltre a questa diretta attività antiossidante, la curcumina induce l'espressione di enzimi antiossidanti e detossificanti atti a proteggere le cellule dallo stress ossidativo.

Attività antinfiammatoria e  anti-dolorifica

Numerose ricerche hanno evidenziato le proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche naturali della curcuma. La rivista scientifica Oncogene ha pubblicato i dati di uno studio che ha valutato e comparato diversi composti ad attività antinfiammatoria: è stato visto che la curcumina esercita effetti terapeutici maggiori di aspirina e ibuprofene nel controllo del dolore. Tale evidenza è di particolare importanza in quanto l’infiammazione è alla base di quasi tutti i processi patologici che affliggono l’essere umano

Patologie come il cancro, la colite ulcerosa, l'artrite, l’ipercolesterolemia e il dolore cronico hanno in comune uno stato generale di infiammazione.

L’attività antidolorifica della curcumina è particolarmente importante nella la terapia dei grandi ustionati. In genere, le vittime di ustioni gravi, per alleviare il dolore, vengono trattate con derivati oppioidi e farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS).  Tuttavia, proprio grazie alle proprietà antinfiammatorie ed analgesiche, la US Army Institute of Surgical Research ha indicato l’uso della curcumina nel trattamento del dolore in seguito a ustioni.

 

Previene le infezioni batteriche e rafforza il sistema immunitario

Uno studio condotto dai ricercatori della Oregon State University, finanziato dal National Institute of Health e pubblicato sul Journal of Nutrition Biochemistry, ha dimostrato che la curcuma è in grado di rafforzare il sistema immunitario proteggendo il nostro organismo dalle infezioni. La curcumina sembra in grado di aumentare livelli della proteina  CAMP (peptide antimicrobico catelicidina) implicata nel controllo della risposta immunitaria contro gli attacchi di virus, batteri e funghi. Secondo gli scienziati quindi, l’introduzione della curcuma nella dieta di tutti i giorni potrebbe essere un valido aiuto per l’organismo nella prevenzione delle infezioni, specialmente quelle a carico del tratto gastrointestinale. Ulteriori studi sull’attività si sono concentrati sulle proprietà antinfiammatoria e antimicrobica della curcuma nel trattamento di alcune malattie del cavo orale. Infatti, l’applicazione topica di un gel a base di curcumina è in grado di ridurre il sanguinamento gengivale e la proliferazione dei batteri parodontali in seguito a terapia parodontale convenzionale. Sono stati formulati anche collutori contenenti curcumina che si sono rivelati efficaci quanto quelli a base di clorexidina nella riduzione dell’infiammazione in caso di parodontiti e gengiviti.

 

Attività anticoagulante/antipiastrinica

Per la prevenzione delle problematiche della coagulazione del sangue, l’intervento medico prevede generalmente la prescrizione di farmaci quali l’acido acetilsalicilico (aspirina), diclofenac, ibuprofene, warfarin (coumadin)…Tuttavia, alcune persone che effettuano trattamenti prolungati con questi farmaci, possono sperimentare conseguenze gravi come la trombosi venosa profonda e l’embolia polmonare, che richiedono la sospensione della terapia. Altri effetti collaterali sono: emorragie, mal di schiena, cefalea e dispnea. La curcuma invece non ha effetti collaterali (a meno che non venga assunta in quantità eccessive) e alcuni studi pubblicati negli anni ’80 avevano già dimostrato come la sua assunzione esercitasse un miglior effetto anticoagulante e antipiastrinico in pazienti con trombosi venosa profonda.

 

Attività antireumatica

Vista l’attività antinfiammatoria della curcumina, è stato condotto uno studio, pubblicato nel 2012 su Phytotherapy Research, su 45 pazienti con artrite reumatoide con lo scopo di confrontare gli effetti della curcumina con quelli del diclofenac sodico, comunemente utilizzato per la cura dell’artrite ma con effetti collaterali a carico dell’intestino e del cuore. I pazienti che hanno aderito allo studio sono stati assegnati a 3 gruppi: un gruppo in trattamento con la curcumina da sola, un gruppo con il solo diclofenac e un gruppo con l’associazione dei due composti. I pazienti che hanno assunto curcumina da sola hanno mostrato una percentuale più alta di miglioramento dei sintomi rispetto ai pazienti in trattamento con diclofenac da solo. Inoltre, la curcumina si è mostrata sicura in quanto non sono stati registrati eventi avversi, fornendo quindi una prima prova di sicurezza nonché di superiorità nel trattamento dei pazienti affetti da artrite reumatoide attiva. Tuttavia, per convalidare e confermare i risultati ottenuti, sono necessari ulteriori studi clini su scala più ampia, non solo per quanto riguarda l’artrite reumatoide ma anche per altre condizioni artritiche.

 

Attività neuro protettiva e di miglioramento delle funzioni cognitive

Secondo un altro studio pubblicato sulla rivista Asia Pacific Journal of Clinical Nutrition, il consumo giornaliero di 1 g di curcuma a colazione, migliorerebbe le facoltà mnemoniche degli anziani. In particolare lo studio fa riferimento ai pazienti affetti da o predisposti a sviluppare il diabete di tipo 2 in quanto è stata dimostrata un’associazione tra il declino cognitivo e tale patologia.

Un altro studio, pubblicato su Stem Cell Research and Therapy, relativo alle proprietà della curcumina e di altre sostanze presenti nella curcuma (ar-tumerone, curlone e β-turmerone) di incrementare l’autoriparazione del cervello, rappresenta un enorme passo avanti per la medicina rigenerativa nell’identificazione di nuove sostanze in grado di promuovere il differenziamento delle cellule staminali in neuroni. Tali sostanze sembrano prevenire lesioni e altri danni alle arterie cerebrali, ripristinare la produzione di energia da parte delle cellule e mantenere i livelli fisiologici degli enzimi antiossidanti e protettivi del cervello, abbassando il rischio di ictus; sembrano inoltre essere in grado di prevenire o limitare l’accumulo di proteina β-amiloide, responsabile di patologie quali l’Alzheimer e alcune forme di demenza senile. Grazie a questi risultati i ricercatori si stanno impegnando per trovare nell’immediato futuro delle soluzioni per migliorare la qualità della vita di persone che soffrono di patologie neurodegenerative quali Alzheimer, Parkinson, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica e molte altre.

Proprietà digestive e carminative

La curcuma viene comunemente e tradizionalmente impiegata sin dall’antichità come tonico digestivo e detossificante per il fegato in quanto, come digestivo aiuta ad aumentare il flusso biliare dalla cistifellea all’intestino, processo fondamentale per la degradazione dei grassi alimentari; come detossificante epatico agisce incrementando la produzione e l’attività del glutatione, un potente antiossidante.

Spesso, le persone con disturbi digestivi sviluppano intolleranze ai trattamenti farmacologici convenzionali in quanto le mucose e la flora batterica risultano compromesse; in tal caso i farmaci potrebbero addirittura peggiorare la condizione. Infatti, per molti pazienti con patologia infiammatoria intestinale (IBS sindrome del colon irritabile, morbo di Crohn e colite ulcerosa), i corticosteroidi prescritti da una parte riducono la sintomatologia dolorosa, ma dall’altra danneggiano il rivestimento intestinale con peggioramento dello stato di salute. Un’analisi approfondita sulla capacità della curcumina di alleviare e gestire la sintomatologia di queste condizioni ha rilevato che molti pazienti hanno sospeso l’assunzione di corticosteroidi grazie all’assunzione di curcuma che, con la sua attività antinfiammatoria, ha sostenuto la crescita e il ripopolamento della flora batterica probiotica (i batteri buoni).

 

Aiuta a prevenire e/o gestire il diabete di tipo 2

Nel 2009, la Auburn University ha pubblicato uno studio su Biochemistry and Biophysical Research Communications che ha dimostrato come l’introduzione della curcuma nella dieta quotidiana possa aiutare a prevenire il diabete di tipo 2, contribuendo all’abbassamento della glicemia e all’inversione dell’insulino-resistenza. Secondo i risultati ottenuti, la curcumina è circa 400 volte più potente della metformina (un famaco impiegato per il diabete) nell’attivazione di un enzima che migliore la sensibilità all’insulina.

La curcumina può inoltre essere d’aiuto nella prevenzione o nel ritardo di alcune complicanze del diabete, come la neuropatia diabetica e la retinopatia (che porta nel tempo a cecità).

 

Contribuisce all’efficacia dei farmaci antidepressivi

Uno studio, pubblicato sulla rivista Phytotherapy Research, condotta presso il Medical College di Bhavnagar in India, ha descritto un innovativo studio condotto su 60 volontari con diagnosi di disturbo depressivo maggiore (MDD), tra cui il disturbo bipolare (o depressione maniacale). Il dipartimento di Farmacologia ha confrontato gli effetti, assieme alla sicurezza, di un estratto a base di curcuma (1000mg) e Fluoxetina (Prozac, 20mg) usati in associazione e singolarmente per 6 settimane. Al termine dello studio, non solo è stato scoperto che i pazienti hanno ben tollerato la curcumina, ma la curcumina stessa ha esercitato effetti comparabili alla fluoxetina nella gestione della depressione, senza però avere effetti collaterali. Secondo i ricercatori, questa è stata la prima prova clinica a dimostrare che la curcumina può essere impiegata come terapia efficace e sicura per il trattamento di pazienti affetti da depressione lieve. 


Attività cardioprotettiva

Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Cardiology, sembra che l’assunzione di una capsula di curcumina da 1 g per 4 volte al giorno riduca gli attacchi di cuore in pazienti che hanno subito un intervento di bypass. I ricercatori hanno analizzato 121 pazienti che tra il 2009 e il 2011 avevano subito un bypass. Metà di loro è stata curata con la capsula di curcumina a partire da 3 giorni prima dell’intervento e continuando per i 5 giorni successivi. L’altra metà ha invece assunto, con le stesse modalità, capsule contenenti placebo. I ricercatori hanno osservato che solo il 13% dei pazienti che avevano assunto la curcumina hanno avuto un attacco cardiaco, contro il 30% del gruppo placebo dimostrando così che la curcumina ha ridotto del 65% la probabilità di infarto, grazie all’effetto antiossidante e antinfiammatorio che possono aver limitato l’entità dei danni al cuore.

 

Proprietà antitumorali

Secondo quanto pubblicato da autorità globali come Cancer Research UK, la curcumina sembrerebbe in grado di indurre l’apoptosi (ovvero la morte cellulare programmata) delle cellule tumorali, impedendo pertanto la crescita e la diffusione del tumore tramite il circolo sanguigno (meccanismo che porta alla formazione delle metastasi). Per verificare l’attività antitumorale della curcumina sono stati effettuati diversi studi in vitro su colture di cellule tumorali e i migliori risultati sono stati osservati sulle cellule di tumore della mammella, dell’intestino, dello stomaco e del melanoma.

Uno studio del 2017, condotto dai ricercatori del Baylor Scott & White Research Institute ha inoltre scoperto che la curcumina è in grado di contrastare la chemio resistenza delle cellule di adenocarcinoma duttale pancreatico (PDAC), una forma particolarmente aggressiva di tumore del pancreas in cui le cellule sviluppano resistenza alla chemioterapia, rendendola inefficace.

Dai risultati ottenuti sembra infatti che la curcumina ri-sensibilizzi le cellule tumorali a rispondere alla chemioterapia, anche se l’esatto meccanismo con cui avviene questo processo è ancora in fase di studio. L’autore dello studio ha dichiarato che i prodotti botanici, come la curcumina estratta dalla curcuma, hanno il potenziale di ripristinare una corretta espressione genica nei pazienti, senza però la tossicità intrinseca dei comuni agenti chemioterapici impiegati in oncologia.

 

I benefici non sono finiti

Le persone affette da patologie autoimmuni di norma quali psoriasi, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide, sclerodermia, e alcune forme di dolore cronico, trattate con corticosteroidi, possono trarre beneficio dall’uso della curcuma. Il vantaggio della curcumina risiede proprio nella sua capacità di esercitare un’azione simile ai corticosteroidi senza però avere gli stessi effetti collaterali. Gli effetti collaterali dei corticosteroidi sono diversi e non indifferenti e, come elencato dal National Health Services (NHS) del Regno Unito, includono: acne, asma, rischio di tumore (in seguito ad usi prolungati), lenta cicatrizzazione, predisposizione al diabete, ipertensione, tachicardia, tendenza all’aumento di peso, insonnia, disfunzioni renali e tiroidee, sbalzi di umore, debolezza muscolare, nausea, maggior predisposizione alle infezioni, crescita rallentata nei bambini, fragilità capillare.

Un’altra ricerca, pubblicata su Biofactor,  ha dimostrato che la curcumina può aiutare a perdere peso grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, sopprimendo i processi infiammatori tipici dell’obesità. Anche le donne con sindrome premestruale possono controllare la sintomatologia integrando la dieta con la curcuma. La PMS si manifesta prima delle mestruazioni in circa il 90% delle donne in età riproduttiva e in pre-menopausa ed è caratterizzata da una sintomatologia emozionale (ansia ed irritabilità), comportamentale (affaticamento e insonnia) e fisica (cefalea, tensione mammaria, crampi). Uno studio recente ha dimostrato che l’assunzione giornaliera di 0,2 g di curcumina per 10 giorni durante tre cicli mestruali consecutivi ha significativamente ridotto l’intensità dei sintomi della PMS.


Controindicazioni

Per le persone in buona salute, la curcuma non ha particolari controindicazioni e la sua assunzione è considerata priva di rischi; l’importante è evitare gli eccessi e non superare le dosi consigliate. Tuttavia, l’assunzione di curcuma è controindicata in persone che soffrono di occlusione delle vie biliari in quanto la curcumina stimola la cistifellea alla produzione di bile, causando coliche dolorose e peggiorando la condizione. In tal caso è consigliabile l’assunzione di curcuma sotto forma di integratori e solo dopo consulto con il proprio medico.  Come già descritto sopra, la curcumina fluidifica il sangue pertanto le persone in post-intervento, o con difetti della coagulazione, o in terapia con farmaci anticoagulanti devono prestare attenzione quando decidono di assumerla; potrebbero peggiorare le loro condizioni di salute esponendosi al rischio di emorragie.  In caso di persone che presentano ittero, ulcera gastrica o insufficienza epatica è sconsigliato l’utilizzo di curcuma, curry e preparati contenenti curcumina. Anche le donne in gravidanza e allattamento, così come i bambini al di sotto dei 2 anni dovrebbero evitare l’impiego della curcuma. Nonostante la curcumina abbia effetti gastroprotettivi e digestivi, dosi eccessive possono causare problemi gastrici, scatenando indigestioni, nausea, acidità di stomaco e diarrea. Qualora comparissero tali disturbi, interrompere subito l’assunzione della spezia.


Curcuma per la salute dei nostri animali

La curcuma è una spezia dai molteplici usi terapeutici e può essere impiegata per la cura della salute non solo dell’uomo ma anche degli animali da compagnia, in particolare cane e gatto. La somministrazione di curcuma nel cibo degli animali rappresenta un rimedio naturale ed efficace, senza effetti collaterali che trova applicazione come: depurativo e disintossicante; antibatterico e antielmintico; antiallergico; antinfiammatorio e antidolorifico per patologie artritiche, gastrointestinali, del cavo orale e dei denti; immunomodulatore; antitumorale; protettivo e rinforzante delle cartilagini; ipoglicemizzante e ipocolesterolomizzante; cicatrizzante in caso di ferite. Il dosaggio consigliato è davvero basso e va assolutamente rispettato: per un cane è pari a circa 50-250 mg 3volte/die (una punta di cucchiaino) mentre per il gatto sono sufficienti 50 mg/die. Non bisogna eccedere per non provocare irritazione del tratto gastroenterico nell’animale. E’ sufficiente mescolare la curcuma nel cibo, mescolandola con un po’ di olio di oliva o di cocco per aumentarne la biodisponibilità e facilitarne l’assorbimento, esattamente come per noi umani. Anche per gli animali esistono sul mercato diversi preparati, con diverse formulazioni, ad uso veterinario. Le controindicazioni sono le stesse osservate per l’essere umano.


Conclusione

La curcuma rappresenta un rimedio naturale completo, efficace e a basso costo, con molteplici proprietà curative e benefiche sulla salute, pertanto vale la pena integrarlo nella dieta vista l’ampia versatilità di questa spezia.

0 Comments | Posted in Alimentazione e Integrazione By Dott.ssa Anna Contato

I probiotici intestinali

2018-01-08 12:32:13

I probiotici intestinali, noti anche come fermenti lattici, rappresentano un’eterogenea popolazione di specie batteriche residente nel nostro apparato digerente. Essi sono indispensabili per la vita dell’uomo grazie ad alcune funzioni svolte, come sintesi di vitamine e modulazione del sistema immunitario. Principali caratteristiche, funzioni e proprietà dei probiotici saranno raccolti in questo articolo.

 

bifidobacterium

Foto 1 - Bifidobacterium lactis 


Lactobacillus

Foto 2 - Lactobacillus rhamnosus


Introduzione

I batteri, che normalmente risiedono anche nel nostro intestino, sono stati i primi abitanti della terra, quando ancora mancava l’ossigeno nell’atmosfera, successivamente si sono adattati all’ambiente ottimale dell’interno dell’intestino degli organismi più evoluti in cui hanno trovato caldo, umido, mancanza di ossigeno, buio e cibo.

La popolazione batterica residente nel nostro tubo digerente è composta da più di 100.000 miliardi di unità, una cifra pari a 10 volte almeno il numero complessivo di cellule che costituiscono un uomo adulto, per un peso complessivo di circa 1,5 kg.

Considerato un numero tanto elevato di unità, l’intera popolazione batterica intestinale può essere intesa come un vero e proprio organo, o meglio un meta organo, in grado di esercitare un’importante influenza sulle attività quotidiane e fisiologiche dell’uomo. All’interno di questa vasta popolazione microbica coesistono circa 500 differenti specie batteriche. Animali da laboratorio “germ free”, cioè animali privati artificialmente dai batteri intestinali fin dalla nascita, fatti crescere in una cappa di vetro, sono piccoli e magri.

  

Colonizzazione dell’intestino da parte dei batteri

La composizione della flora batterica varia notevolmente passando dalla bocca al colon: la particolare fisiologia dei vari segmenti dell’apparato digerente, bagnati da secrezioni diverse e caratterizzati da differenti movimenti, favorisce lo sviluppo di popolazioni microbiche eterogenee.

Numerosi sono i fattori che influenzano la composizione della flora batterica intestinale alla nascita: il tipo di parto, l’alimentazione, la qualità dei servizi ospedalieri ed i trattamenti con farmaci antibiotici. Il canale digerente dell’uomo risulta sterile fino al concepimento, poi, già dai primi momenti di vita, durante il passaggio attraverso il canale del parto, viene colonizzato da un’enorme varietà di specie microbiche. Nei bambini nati con parto cesareo la colonizzazione del tratto gastrointestinale avviene invece tardivamente, intorno alla terza-quarta giornata di vita, ad opera dei microrganismi presenti nell’ambiente ospedaliero, per cui la loro microflora differirà da quella materna.

Alla nascita, quando lo spazio e i nutrienti a disposizione dei microrganismi sono abbondanti, nel tratto gastrointestinale dominano i batteri che possiedono elevata velocità di riproduzione; con il trascorrere del tempo, però, il numero di microrganismi cresce e il nutrimento e lo spazio a disposizione iniziano a scarseggiare, così solo le specie microbiche più altamente specializzate sopravvivono.

Per quanto riguarda il tipo di alimentazione, nei bambini allattati al seno, la microflora intestinale è costituita quasi totalmente da Bifidobatteri e Lattobacilli, ma dopo lo svezzamento cambia fisionomia: crescono i Clostridi e si formano numerosi Batteroidi, gli Eubatteri ed i Peptococchi. Iniziano così a definirsi le innumerevoli tipologie batteriche che albergano nel tratto gastrointestinale di un individuo adulto.

Seppur consolidato già dopo i primi anni di vita, la popolazione batterica (il microbiota) potrà essere modulato in seguito dallo stile di vita, stress, fumo, attività fisica, farmaci, cibo ingerito e da altri fattori, alcuni dei quali ancora da definire.

 

Alcuni ceppi batterici sono comuni alla maggioranza dell'umanità; l'80% dei batteri provoca la fermentazione (decomposizione dei carboidrati per produrre energia), come Lactobacillus e Bifidobacteria, e il restante 20% provoca invece la putrefazione (decomposizione delle proteine da parte dei batteri anaerobi), come Escherichia, Bacteroides, Eubacteria, Clostridium.

Molti di questi batteri sono utili o innocui come costituenti del microbiota, altri invece potrebbero divenire patogeni se lasciati proliferare senza il controllo svolto dal sistema immunitario e dalle altre popolazioni batteriche.

Tra i componenti del microbiota umano si elencano in seguito alcune delle specie, generalmente innocue ed utili per l’uomo, più rappresentative:

Acinetobacter calcoaceticus, Alcaligenes faecalis, Anaerobiospirillum, Bifidobacteria breve, Bifidobacteria infantis, Bifidobacterium lactis, Bifidobacteria longum, Enterococcus fecalis, Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus casei, Lactobacillus delbrueckii, Lactobacillus plantarum, Lactobacillus rhamnosus, Staphylococcus faecium, Streptococcus salivarius thermophilus.

 

Alcune specie batteriche possono invece divenire pericolose per la vita dell’ospite qualora invadessero altri organi o si replicassero in maniera incontrollata. La loro attività proliferativa è controllata dal sistema immunitario e dalla competizione con gli altri microrganismi intestinali per il nutrimento e lo spazio. Tra i principali si elencano le seguenti specie:

Bacteroides fragilis, Candida albicans, Clostridium, Enterococcus faecium, Eubacterium nodatum, Escherichia coli Nissle, Fusobacterium, Peptococcus, Peptostreptococcus, Plesiomonas shigelloides, Porphyromonas gingivalis, Ruminococcus.

 

Funzione del microbiota

I microbi non sono dei semplici commensali, ma hanno delle precise funzioni metaboliche e immunologiche. Essi sono fondamentali per la nostra salute: molti studi confermano, ad esempio, che le persone obese hanno una composizione del microbiota intestinale diversa dalle persone magre, se sia la composizione alterata del microbiota la causa dell’obesità o la sua conseguenza è ancora oggetto di studio, ma in ogni caso si è visto che trapiantare il microbiota di un animale grasso in uno magro fa sì che quest’ultimo diventi grasso e viceversa, tutto questo significa che probabilmente esso controlla anche l’aumento di peso dell’uomo. Inoltre, modificando il microbiota di un diabetico, si possono controllare la glicemia e l’insulino-resistenza. Più in generale il microbiota invia tutta una serie di segnali in un sistema che lo collega al tessuto adiposo, al pancreas, al fegato, al cervello, organi che sono continuamente in contatto tra loro. Tutto questo si traduce nella possibilità di comunicare al cervello ciò che si deve mangiare e ciò che si deve assorbire e forse finisce con l’influenzare anche il nostro modo di pensare ed il nostro comportamento.

Lo sviluppo del microbiota va di pari passo con il GALT (Gut Associated Lymphoid Tissue), ossia il sistema immunologico intestinale, che sarà da esso educato e quel microbiota sarà poi tollerato da quel sistema immune. Aspetto non trascurabile se si pensa che il 70% delle cellule che costituiscono il sistema immunitario dell’uomo sia localizzato nell’intestino.

Questo biosistema, con il quale il nostro corpo si confronta ogni giorno, non è statico, ma è caratterizzato da un equilibrio dinamico fra le diverse specie batteriche, mantenendo una composizione abbastanza costante in uno stesso individuo pur in presenza di condizioni ambientali e dietetiche variabili.

L’alterazione dell’omeostasi, ossia l’equilibrio delle specie batteriche del microbiota, è nota come disbiosi e può portare a conseguenze più o meno gravi come la colonizzazione da parte del Clostridium difficile (una specie di batteri estremamente resistente agli antibiotici che causa diarrea e malassorbimento intestinale); la disbiosi può anche essere causa di disturbi e patologie che colpiscono il sistema digerente come dispepsia (disturbi digestivi), sindrome dell’intestino irritabile e patologie croniche intestinali.

Ogni cambiamento dell'equilibrio della popolazione batterica intestinale influisce significativamente sull'andamento di molte malattie, compresa l'obesità, gli stati allergici, le malattie infiammatorie intestinali e le patologie metaboliche.

La mappatura della popolazione batterica intestinale può essere richiesta dai medici di base o dai centri clinici di riferimento per le patologie associate alle alterazioni della flora batterica intestinale. Il test disegna una mappa genetica completa delle specie di batteri che compongono il microbiota individuale, insieme a una mappa biochimica, ovvero un quadro complessivo di come questi batteri interagiscono tra di loro e come si modificano in rapporto allo stato di salute o di malattia. Tali informazioni si rendono utili ai fini diagnostici per eseguire interventi mirati a riequilibrare la popolazione dei microbi intestinali attraverso l'ottimizzazione della dieta, la somministrazione di probiotici, fino al trapianto di microbiota.

 

Equilibrio dei batteri intestinali e principali ceppi

Il microbiota è un biosistema aperto; esso è popolato da specie batteriche residenti, chiamate autoctone, e da una variegata popolazione di specie transitorie, definite alloctone, che comprendono sia microrganismi il cui habitat naturale è localizzato altrove nel tubo digerente sia le notevoli quantità di batteri che vengono ingeriti con gli alimenti. Il microbiota intrattiene rapporti continui con il mondo esterno ed è sottoposto ad incessanti movimenti, sia in entrata sia in uscita (espulsione di batteri attraverso le feci). Nonostante ciò, la composizione della flora batterica tende a mantenersi costante nel tempo. I principali fattori che permettono il raggiungimento e il mantenimento di questo equilibrio, pur con ampie variazioni individuali sono:

- Secrezione gastrica: il succo acido prodotto dallo stomaco è un potente battericida, capace di controllare la riproduzione di microrganismi presenti negli alimenti e nella saliva. I farmaci inibitori di pompa protonica e i farmaci antiacidi possono causare infatti disbiosi poiché, alterando il pH gastrico, facilitando il passaggio di ceppi batterici patogeni nell’intestino, che, in condizioni di fisiologica acidità gastrica, non sopravvivrebbero.

- Ossigeno contenuto nell’intestino: regola la distribuzione e l’attività dei microrganismi aerobi che necessitano di ossigeno per vivere, sottraendolo all’ambiente, agevolano la crescita dei ceppi anaerobi.

- Attività peristaltica: contribuisce a mantenere costante la composizione della flora batterica, esponendo continuamente il tratto gastrointestinale ad una grande varietà di batteri provenienti dall’ambiente esterno, al cibo (il cui rimescolamento promuove una continua eliminazione dei microrganismi) e alle secrezioni gastriche, pancreatiche e biliari.

- Interazioni tra microrganismi: l’equilibrio della flora batterica dipende molto anche dai rapporti fra le differenti specie microbiche che la popolano e che hanno trovato, nel tempo, le condizioni per convivere in modo equilibrato, condividendo gli spazi, il cibo el aiutandosi reciprocamente, come per esempio nel caso di batteri aerobi ed anaerobi, o impedendo ai microrganismi patogeni di colonizzare il loro territorio.

 

Integrazione alimentare

Un modo per garantire, modulare ed influenzare positivamente l’equilibrio della flora batterica intestinale è quello di introdurre in questo ecosistema microrganismi vivi, appartenenti a specie considerate benefiche per la salute: questi organismi vengono chiamati probiotici dal greco pro + bios, ovvero “per la vita”, “a favore della vita”. Un alimento perciò può essere definito probiotico quando, grazie alla presenza, in elevate quantità, di microrganismi probiotici vivi, è in grado di modificare l’equilibrio della flora batterica intestinale e potenziare le difese immunitarie, contribuendo così al miglioramento della salute.

Tra i microrganismi utilizzati negli alimenti probiotici occupano un posto rilevante i batteri lattici; si tratta di microrganismi gram-positivi non patogeni che sono in grado di produrre acido lattico come prodotto finale del metabolismo primario.

I batteri lattici comprendono diverse specie batteriche come i Lattobacilli, i Lattococchi e gli Streptococchi. I Lattobacilli hanno caratteristiche estremamente variabili tra loro: possono presentare infatti un differente corredo genetico e capacità diverse di aderire all’epitelio intestinale e colonizzarlo; pertanto ogni particolare tipo di Lattobacillo deve essere studiato singolarmente per individuarne le proprietà probiotiche e gli effetti benefici sulla salute dell’uomo.

Affinché un alimento o integratore probiotico possa essere utilizzato nella prevenzione e nel trattamento di malattie o disordini a livello del tratto gastrointestinale, deve essere sicuro e per questo appartenente alla popolazione di microrganismi che normalmente vivono nell’intestino. Inoltre, un fattore estremamente importante da considerare per determinare l’efficacia di un microrganismo probiotico è la sua abilità di sopravvivere all’ambiente acido e all’azione proteolitica degli enzimi digestivi del tratto gastrointestinale; molti microrganismi infatti non resistono al pH acido dello stomaco o alle secrezioni biliari del duodeno.

Caratteristiche richieste ai microrganismi probiotici assunti con la dieta o l’integrazione alimentare:

- Requisiti generali: nessun rischio per soggetti immunosoppressi, provenienza intestinale, resistenza sia all’ambiente acido sia neutro ed all’azione proteolitica degli enzimi digestivi ed alla bile prodotta dal fegato;

- Requisiti tecnologici: capacità di sopravvivere nel periodo di commercializzazione (shelf-life), non essere responsabili della produzione di composti acidi;

- Requisiti funzionali: azione di inibizione sui batteri patogeni, capacità di aderire all’epitelio intestinale con funzione di barriera, colonizzazione intestinale, inibizione dell’attività enzimatica pro-cancerogena a livello intestinale.

Per ciò che concerne l’utilizzo dei prebiotici, si tratta di sostanze non digeribili dall’apparato digerente umano, in grado di stimolare in maniera selettiva la proliferazione e l'attività di uno o di più batteri benefici, fornendone il nutrimento; particolarmente utile è l’inulina da cicoria o da agave.

 

Invecchiamento

La longevità è un tratto complesso in cui giocano un ruolo chiave la genetica, l’ambiente e il caso. Influenzando molteplici aspetti della fisiologia umana, come il corretto funzionamento del sistema immunitario e del metabolismo energetico; il microbiota intestinale può rappresentare un tassello importante nel definire come e quanto un essere umano può invecchiare mantenendosi in buona salute.

Recenti studi hanno tuttavia dimostrato che l’abbondanza cumulativa delle specie batteriche costituenti il microbiota intestinale diminuisce con l’avanzare dell’età, favorendo la progressiva proliferazione di specie definite sub dominanti e opportunisti ad azione pro infiammatoria, presenti in ridotte concentrazioni nell’intestino dei giovani adulti.

 

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Il corpo umano è un complicatissimo laboratorio, all’interno del quale milioni di reazioni chimiche avvengono in ogni istante, in cui le sostanze si incontrano tra loro fondendosi o dividendosi dando origine a nuovi composti e all’energia indispensabile per il sostentamento della vita dell’organismo. L’insieme di tutte queste reazioni si chiama metabolismo.

Il metabolismo avviene grazie all’intervento di macromolecole note con il nome di enzimi, i quali facilitano e velocizzano (catalizzano) le vie metaboliche.

Le vie metaboliche sono catene di reazioni sviluppatesi durante l’evoluzione degli organismi, utili a scindere gli alimenti, costituiti da carboidrati, lipidi, proteine e micronutrienti, con lo scopo di generare energia o sostanze funzionali per il sostentamento della vita.

Ognuna delle tappe di una di queste vie metaboliche produce una piccola ma specifica modificazione chimica, di solito la rimozione, il trasferimento o l’aggiunta di uno specifico atomo o di un gruppo chimico funzionale, generando una nuova molecola utile per la vita, definita prodotto di reazione.

Il corretto funzionamento degli enzimi dipende dalla disponibilità del substrato e dalla disponibilità dei cofattori enzimatici. Il substrato rappresenta la molecola di partenza da cui inizia la reazione chimica, mentre con il termine cofattore enzimatico si definisce una sostanza chimica di natura non proteica, fondamentale per il corretto funzionamento dell’enzima stesso, che il nostro organismo non può produrre, ma deve estrarre dall’ambiente circostante attraverso l’alimentazione.

 

Rappresentazione schematica di reazione biochimica:

 

                            ENZIMA+COFATTORE

SUBSTRATO ----------------------------->PRODOTTO

 

I cofattori, noti anche con il termine di micronutrienti, possono essere di diversa natura e quindi suddivisi in cofattori metallici (ioni metallici) e coenzimi (piccole molecole organiche). La International Union of Biochemistry and Molecular Biology (dall'inglese, unione internazionale di biochimica e biologia molecolare, abbreviata come IUBMB) ha stilato una lista completa dei cofattori necessari al corretto funzionamento dei processi enzimatici umani, di seguito alcuni esempi:

-  Acido ascorbico (vitamina C)
-  Calcio (Ca)
-  Cobalamina (vitamina B12)
-  Coenzima A (CoA)
-  Ferro (Fe)
-  Flavina (vitamina B2)
-  FMN
-  Glutatione (GSH)
-  Potassio (K)
-  Rame (Cu)
-  Acido lipoico
-  Magnesio (Mg)
-  Manganese (Mn)
-  Molibdeno (Mo)
-  NADH e NADPH
-  Piridossina (vitamina B6)
-  Sodio (Na)
-  Nicotinamidadenindinucleotide (NAD)
-  Selenio (Se)
-  Tiamina pirofosfato (vitamina B1)
-  Zinco (Zn)

I cofattori sono di fondamentale importanza per il corretto funzionamento di tutto il corpo, tuttavia il loro approvvigionamento attraverso l’alimentazione spesso non è sufficiente. Un blocco o uno svolgimento incompleto dei processi metabolici, porterebbero l’organismo a lavorare in una condizione non ideale e a avvicinarsi a uno stato di stress, con il rischio di ammalarsi.

Purtroppo i cibi attuali possiedono molte calorie ma un potere nutrizionale molto basso. Un tempo bastava adottare un’alimentazione variata e mangiare un po’ di tutto, al giorno d’oggi non è più veritiera questa indicazione. A causa dell’intervento dell’uomo sulla produzione del cibo, dall’uso dei fertilizzanti, alla coltivazione degli ibridi e al tempo di raccolta che prevede che i prodotti siano acerbi e poi maturino al supermarket. Ciò ha causato una drastica riduzione dei valori nutritivi dei vegetali, ovvero le principali fonti naturali dei micronutrienti: il nostro cibo ora è 10 volte più povero di quello di trent’anni fa.

L’ambiente moderno, ovvero l’allontanarsi da uno stile di vita naturale, le carenze delle sostanze nutritive e l’onere tossico, contribuiscono alla perdita di queste sostanze essenziali, dell’equilibrio biochimico e all’aumento dell’incidenza delle malattie.

Uno stato di carenza nutrizionale provocherà l’impossibilità di riformare tessuti, rigenerare il fegato, riparare le lesioni, produrre gli ormoni e tutta quella infinita quantità di sostanze come gli anticorpi, senza un apporto dei nutrienti indispensabili per il funzionamento e per l’autoriparazione. Basti pensare che il fabbisogno giornaliero di un uomo adulto di Vitamina C è di circa 6 grammi, mentre il contenuto di questa vitamina nelle arance (considerando buccia e semi), si attesta intorno a 50 mg!

 

Stress e malattia

Il corpo umano non ha la tendenza a manifestare delle malattie così all’improvviso. Tende invece a mantenere uno stato costante di funzionamento chiamato omeostasi. L’organismo dell’uomo e di tutti gli esseri viventi, è incline a bilanciarsi nel miglior stato di salute possibile.

Fattori di natura diversa possono sbilanciare questa condizione e minacciare la nostra salute. Questi sono conosciuti come fattori stressanti che possono essere suddivisi in base alla loro natura:

-  Biologici (infezioni, carenza di micronutrienti, mancanza di riposo, disidratazione);
-  Chimici (tossine, metalli pesanti);
-  Mentali (ansia, lutti, problemi nella vita);
-  Fisici (freddo, caldo, radiazioni);
-  Meccanici (urto, trazione).

In che modo agisce negativamente un fattore stressante su di noi?

Lo stress ha origine da processi mentali, nel senso che ciò che ci disturba andrà a sollecitare la corteccia cerebrale e di conseguenza l’ipotalamo, i quali influenzeranno a loro volta la ghiandola ipofisi. L’ipofisi, raggiunta dallo stimolo provocato dal fattore stressante, secerne l’ormone ACTH (abbreviazione di adrenocorticotropo), il quale attiverà le altre ghiandole a produrre altri ormoni (es. il cortisolo) che a loro volta andranno ad influenzare nuovamente corteccia e ipotalamo: il classico cane che si mangia la coda.

Nel caso di un pericolo percepito come tale, l’organismo rilascia cortisolo e adrenalina, principalmente, che aumentano la perfusione sanguigna nel cuore, nei reni, muscoli, cervello e polmoni. Lo stress è la risposta ormonale del nostro corpo ad un fattore percepito come minaccia alla sopravvivenza e allerta l’organismo a combattere o fuggire dal pericolo.

Dallo stress può formarsi la malattia. In presenza di uno stato continuo di stress il nostro corpo è più soggetto ad ammalarsi rispetto ad altri momenti, in quanto l’organismo in quel momento è deficitario di difese immunitarie. Ad esempio una situazione di stress può scaturire l’attivazione dell’Herpes labiale. Una migliore condizione di salute rende il nostro corpo più resistente. Il corpo reagisce allo stress percepito e non a quello reale. Spesso si crea proprio un’esagerata percezione dello stress.

 

Carenze nutrizionali e stress

Vivere su questo pianeta in quest’epoca, ci rende tutti suscettibili a uno stress ben preciso che è alla base della stragrande maggioranza delle malattie croniche. Si tratta dello stress dovuto alle carenze nutrizionali di microelementi che non ci permette di funzionare in piena efficienza. La mancata efficienza viene automaticamente compensata dagli ormoni dello stress sopraccitati. Un organismo che funziona sotto stress biochimico, invece di sperimentare maggiore energia durante la giornata, vive momenti di tensione che si alternano ad altri in cui si sente esausta. Essere esausti non significa essere stanchi; la stanchezza passa dopo un adeguato riposo mentre una persona esausta fatica a riposare bene e non si riprende completamente neanche dopo il riposo stesso. Al momento della risoluzione di tale stress, attraverso la somministrazione del cibo adatto e dei micronutrienti mancanti, l’organismo cercherà di ripristinare una condizione di benessere migliore.

Attraverso la regolazione automatica che viene realizzata dal sistema nervoso autonomo, in collaborazione con il sistema ormonale, il nostro organismo in condizioni normali manifesta maggiore efficienza e livelli di energia durante il giorno, mentre nelle ore serali riposa, digerisce, assorbe nutrienti e ripara.

Quando invece il corpo subisce un danno, attraverso passi ben precisi, cerca di ripristinare la normale funzione e si riorganizza per meglio resistere a uno sforzo simile nel futuro.

Qualsiasi tessuto, organo oppure l’organismo intero, dopo aver subito uno stress, passa attraverso delle fasi di guarigione ben precise.

 

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Il ginseng è uno dei prodotti erboristici più conosciuti ed utilizzati nel mondo, impiegato nella medicina cinese da più di 2000 anni per curare tutti i tipi di male. In quest’articolo un riassunto sulle principali fonti di ginseng e proprietà benefiche di questa sostanza.


I rimedi vegetali a base di ginseng sono popolarmente conosciuti per le funzioni toniche sull’organismo. Il ginseng è una sostanza adattogena, cioè aumenta la resistenza allo stress fisico, chimico e biologico, incrementando le capacità fisiche e mentali per affrontare il lavoro.

 

La principale fonte vegetale di ginseng è la pianta Panax ginseng, anche chiamata ginseng Asiatico o Coreano. Il ginseng viene coltivato in Cina, Russia, Corea, Giappone, USA e Canada, ed è una delle più conosciute erbe mediche, ampiamente impiegata in Asia Orientale come tonico, adattogeno, tonificante ed anti-aging.

Panax ginseng appartiene alla famiglia delle Araliaceae.

Significato del nome:

-     Panax: dal greco παν = tutto e ἀκέια = rimedio, cioè rimedio per tutte le malattie

-     Ginseng: dal cinese jin = uomo e chen = ternario, che vuol dire la terna con l’uomo ed il cielo.

 

Altre piante, fonti della droga ginseng, sono il ginseng Siberiano (Eleutherococcus senticosus), e ginseng Americano (Panax quinquefolius).

 

Il ginseng è una miscela eterogenea di sostanze, ottenuto per estrazione dalle parti della pianta contenenti le maggior concentrazioni di principi attivi, in particolare dalla radice, gambi delle foglie e bacche.

La radice di Panax ginseng ricorda la curiosa forma di un piccolo uomo (Fig.1).

 

Panax ginseng

Fig.1 – Radice di Panax ginseng


I principi attivi, responsabili dell’azione adattogena del ginseng, sono costituiti da saponine triterpeniche correlate all’acido oleanoico (ginsenosidi, panaxosidi, chikusetsusaponine), polisaccaridi (panaxani), steroli e vitamina D.

Queste sostanze, in particolare i ginsenosidi, hanno dimostrato di avere numerosi effetti benefici sull’organismo, quali anti-infiammatori, antiossidanti ed anti cancro. I risultati ottenuti da sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che i ginsenosidi di Panax ginseng migliorano le funzioni cognitive, funzioni immunitarie e condizioni associate alla patologia diabetica.

I ginsenosidi sono in tutto una quindicina, tra questi il ginsenoside Rg sembra essere il più attivo.

 

Proprietà del ginseng 

Studi sperimentali hanno messo in evidenza che il ginseng agisce in modelli animali aumentandone la resistenza fisica a condizioni estreme di stress: il ginseng allunga la sopravvivenza degli animali sottoposti a freddo intenso, radiazioni e digiuno prolungato.

Tali effetti potrebbero essere la conseguenza di una stimolazione del ginseng a livello dell’asse ipotalamo-ipofisario con liberazione di ACTH che a sua volta stimola le ghiandole del surrene a produrre corticosteroidi.

Il ginseng inoltre agisce sulla memoria, migliorandola, normalizza la pressione arteriosa, abbassa i livelli ematici di glucosio e colesterolo ed inibisce l’aggregazione piastrinica. A livello intestinale promuove la crescita di batteri buoni quali bifidobatteri, rallentando la proliferazione dei clostridi ed altre specie dannose o patogene.

Il ginseng stimola la fagocitosi e la produzione di anticorpi, migliorando le funzioni immunitarie.

 

Effetti del ginseng:

-     Effetti sul sistema nervoso centrale: è stato dimostrato sperimentalmente che i ginsenoidi presenti nella radice di ginseng migliorano apprendimento e memoria in modelli animali, incrementando il livello monoaminergico encefalico. Gli effetti dei ginsenosidi estratti dal gambo delle foglie sono stati valutati in diverse varietà di ginseng. Per esempio l’estratto del ginseng siberiano (Eleutherococcus senticosus) svolge un effetto anti-fatica, anti-stress e anti-depressivo. Uno studio in vivo ha invece rivelato che i ginsenosidi del ginseng cinese, estratti dai gambi delle foglie, e chiamato Jiannaoning, migliora la memoria di animali con ischemia cerebrale, e regola i livelli di interleuchina-2 ed interleuchina-6 e neuropeptide Y, sostanze pro infiammatorie, nel cervello.

-     Effetti sul sistema cardiovascolare: il ginseng svolge un effetto preservante sulla funzione cardiovascolare, e previene l’infarto al miocardio in modelli animali sperimentali.

-     Effetti sul metabolismo: i ginsenosidi, associati all’attività fisica aerobica, riducono i livelli di colesterolo plasmatico, svolgendo un’azione antiossidante e promuovendo la risposta immunitaria.

-     Effetto ipoglicemizzante: un terzo dei pazienti diabetici utilizza integratori alimentari o medicine alternative a base di estratti vegetali. Diversi studi dimostrano che gli estratti secchi della radice del ginseng Cinese ed Americano hanno un effetto positivo nel ridurre la glicemia plasmatica. Inoltre gli estratti di gambi delle foglie del ginseng hanno dimostrato di incrementare il contenuto basale di insulina nelle cellule pancreatiche e di facilitarne il rilascio in relazione all’aumento del glucosio plasmatico post prandiale.

-     Effetto antiobesità: l’obesità è un serio problema medico che provoca, come conseguenza, patologie anche gravi, come incidenti cardiovascolari, ipertensione e diabete. I costituenti di bacche, radici e gambi delle foglie di ginseng Americano e Cinese esplicano una funzione anti obesità nei modelli animali, riducendo significativamente il peso corporeo.

-     Effetto antitumorale: l’effetto antitumorale del ginseng è un’importante effetto farmacologico. In seguito a co-somministrazione di ginseng con farmaci chemioterapici, migliora l’effetto terapeutico dei farmaci stessi, riducendo le complicanze al sistema ematopoietico provocate da chemioterapia e radioterapia.

I costituenti del ginseng potrebbero divenire un nuovo e potente agente immunotropico, migliorando l’immunità cellulare e l’effetto dei farmaci chemioterapici nel trattamento dei pazienti con carcinomi nel sistema urologico.

-     Effetto antiossidante: il ginseng ha dimostrato di avere proprietà antiossidanti, neutralizzando i radicali liberi dell’ossigeno, sostanze chimiche estremamente radioattive e dannose per il DNA e per le membrane della cellula.

-     Effetto anti fatica: gli estratti del gambo delle foglie di ginseng cinese svolgono un’azione anti fatica: nei ratti, la somministrazione orale, prolunga significativamente il tempo di nuoto, riducendo la formazione di acido lattico nel muscolo, principale responsabile della sensazione di fatica in seguito ad uno sforzo fisico prolungato.

-     Effetto anti ulcera: i costituenti estratti dalle radici di Panax ginseng sono utilizzati in Cina per il trattamento dei disordini gastrointestinali. È stato dimostrato scientificamente che la frazione polisaccaridica dei gambi delle foglie di ginseng possiede una spiccata azione protettiva nei confronti delle lesioni alle mucose responsabili di gastriti ed ulcere. I polisaccaridi contenuti nei gambi infatti creano una pellicola protettiva che riveste le lesioni gastriche, proteggendole dall’azione lesiva del succo gastrico, e facilitando i processi riparativi.

-     Disfunzione erettile: il ginseng viene tradizionalmente impiegato per stimolare la funzione sessuale negli uomini di tutte le età. Secondo uno studio condotto da Mahady e colleghi nel 2000, negli USA approssimativamente 6 milioni di uomini utilizzano questa pianta per migliorare la propria funzione sessuale. Il ginseng incrementa la sintesi di NO (monossido di azoto) nell’endotelio dei vasi sanguigni, e esplica una funzione antiossidante e protettiva a livello vasale. L’incremento della sintesi di NO nell’endotelio dei vasi che irrorano i corpi cavernosi del pene migliora la funzione erettile, svolgendo un’azione terapeutica contro la disfunzione erettile (de Andrade e colleghi, 2007).

 

Effetti collaterali e principali controindicazioni 

Il ginseng è generalmente ben tollerato e gli effetti collaterali associati al suo utilizzo sono rari e reversibili. I più comuni sono: nausea, diarrea, euforia, insonnia, mal di testa, iper ed ipotensione.

Il ginseng può interagire con la caffeina e causare ipertensione arteriosa. Può interferire con il warfarin, farmaco utilizzato nella terapia anticoagulante, riducendone l’efficacia.

L’assunzione di ginseng è controindicata nei soggetti ipertesi (alta pressione del sangue), asmatici ed in presenza di sanguinamenti vaginali o mestruazioni abbondanti.

Il ginseng abbassa infine la glicemia plasmatica, quindi può potenziare l’effetto dei farmaci ipoglicemizzanti orali ed insulina. Infine il ginseng è controindicato nei bambini e nelle donne in gravidanza o allattamento. 

 

Fonti bibliografiche

-     De Andrade E, de Mesquita AA, Claro Jde A, de Andrade PM, Ortiz V, Paranhos M, Srougi M. Study of the efficacy of Korean Red Ginseng in the treatment of erectile dysfunction. Asian J Androl. 2007 Mar;9(2):241-4.

-     Kiefer D, Pantuso T. Panax ginseng. Am Fam Physician. 2003 Oct 15;68(8):1539-42.

-     Mahady GB, Gyllenhaal C, Fong HH, Farnsworth NR. Ginsengs: a review of safety and efficacy. Nutr Clin Care 2000; 3: 90-101.

-     Rausch WD, Liu S, Gille G, Radad K. Neuroprotective effects of ginsenosides. Acta Neurobiol Exp (Wars). 2006;66(4):369-75.

-     Wang H, Peng D, Xie J. Ginseng leaf-stem: bioactive constituents and pharmacological functions. Chin Med. 2009 Oct 22;4:20.

 



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Malattie dell’osso e Vitamina D

2016-11-14 13:26:33

Osteomalacia ed osteoporosi sono le più comuni malattie dell’osso caratterizzate da riduzione della massa ossea e da demineralizzazione della matrice, spesso sono causa di dolore, frequenti fratture e deformità. In quest’articolo si tratterà delle generalità di osteomalacia ed osteoporosi e delle principali proprietà benefiche della vitamina D per contrastare questi disturbi.


Introduzione alle malattie dell’osso

Vi sono una serie di patologie di differente natura (eziologia) che interessano l’apparato scheletrico nella sua totalità; esse sono molto complesse dal punto di vista patogenetico.

Generalmente sono coinvolti fattori come deficit nutrizionali, anomalie genetiche che riguardano il tessuto connettivo o le cellule coinvolte nel rimodellamento osseo (osteoblasti ed osteoclasti), oppure alterazioni nella sintesi, degli ormoni che regolano il metabolismo del calcio, ovvero gli ormoni calciotropi.

Tra le numerose patologie che possono colpire l’apparato scheletrico le più diffuse e comuni sono quelle caratterizzate da demineralizzazione ossea o da riduzione della massa ossea. Tra queste si annoverano certamente osteomalacia ed osteoporosi.

 

Sintomi

 I sintomi nei soggetti adulti affetti da osteomalacia ed osteoporosi, sono il dolore, la presenza di fratture spontanee o per minimi traumi e la comparsa di deformità ossee, mentre nei bambini si manifesta generalmente come ridotto accrescimento della statura.

La prima manifestazione clinica della malattia è spesso una frattura, generalmente a livello vertebrale o del collo del femore. Tuttavia in alcuni casi la patologia resta asintomatica per lungo tempo e può essere rivelata solo da specifici esami di laboratorio. Purtroppo le malattie ossee da demineralizzazione mostrano un andamento degenerativo, per cui, se non adeguatamente trattate, peggiorano con il passare degli anni.

 

Osteomalacia: generalità

 L’osteomalacia è una patologia caratterizzata da inadeguata mineralizzazione della matrice ossea di nuova formazione che compare nell’adulto dopo la saldatura delle cartilagini di congiunzione.

Le cause più comuni di osteomalacia sono il deficit nutrizionale di vitamina D, causato principalmente da un insufficiente assorbimento intestinale di tale vitamina oppure da un suo alterato metabolismo, o, più raramente, da un deficit genetico che impediscel’utilizzazione della vitamina stessa. A sua volta la carenza o insufficienza funzionale della vitamina D provoca insufficiente assorbimento intestinale di calcio ed altri minerali che costituiscono la matrice dell’osso quali fosfati e magnesio.

Un ulteriore causa è rappresentata da iperparatiroidismo secondario che produce rilascio di calcio dalle ossa ed una diminuita clearance renale di calcio (che corregge l’ipocalcemia) perlomeno nelle fasi iniziali della malattia. L’osteomalacia se non trattata può evolversi in osteoporosi.

 

Osteoporosi: generalità

 Le principali caratteristiche dell’osso osteoporotico sono la diminuzione dello spessore e l’aumento di porosità dell’osso corticale, e la riduzione del numero e della dimensione delle trabecolature trasversali. L’osteoporosi è associata ad un aumentato rischio di frattura, che, come già detto, costituisce il principale sintomo clinico della patologia.

I principali fattori di rischio associati ad osteoporosi sono:

-     età avanzata;
-     immobilizzazione, assenza di carico;
-     anomalie endocrine (mancanza di estrogeni, ipogonadismo sia maschile sia femminile, iperattività surrenalica, iperparatiroidismo primario);
-     farmaci (terapie croniche con cortisonici);
-     malattie che causano malassorbimento intestinale;
-     menopausa;
-     assunzione di ridotte quantità di minerali (calcio) e di vitamina D;
ereditarietà.

L’osteoporosi può essere definita di tipo primario o di tipo secondario. La principale differenza tra i due tipi è che l’osteoporosi primaria è strettamente associata all’invecchiamento ed alla cessazione dell’attività ovarica (menopausa), mentre la secondaria è originata da altre malattie o utilizzo di farmaci e sostanze.

 

  • Osteoporosi primaria

L’osteoporosi senile generalmente diventa sintomatica dopo i 70 anni, mentre quella post-menopausa può manifestarsi clinicamente entro 10 anni dall’inizio della menopausa stessa. La perdita di massa ossea è dovuta allo sbilanciamento fisiologico del rimodellamento associato all’invecchiamento, al quale si possono sommare fattori intrinseci, come la minore qualità di massa ossea nelle donne rispetto agli uomini ed estrinseci come la menopausa, tali da determinare la maggior incidenza della patologia nelle donne (incidenza donne:uomini = 4:1).

Non è ancora completamente chiarito il preciso meccanismo che spieghi l’effetto protettivo sull’osso della donna degli estrogeni, tuttavia è stato ipotizzato che questi ormoni (i cui recettori sono presenti sia negli osteoblasti che negli osteoclasti) possano agire direttamente sul metabolismo osseo sia inibendo l’attività osteoclastica, ovvero azione distruttrice, sia stimolando la produzione da parte degli osteoblasti di matrice ossea. Gli osteoclasti infatti sono le cellule dell’osso che digeriscono e metabolizzano i minerali della matrice, mentre gli osteoblasti depositano matrice ossea e minerali, svolgendo un’azione contraria a quella degli osteoclasti. Ecco che uno squilibrio a queste due diverse ed opposte funzioni cellulari può favorire un calo della densità dell’osso.

Importanti nel determinare la malattia sono anche fattori razziali: le donne e gli uomini di razza bianca presentano un rischio aumentato rispetto ai soggetti di medesimo sesso di razza nera. Una spiegazione per queste differenze razziali risiede nel fatto che la massa ossea al raggiungimento della maturità scheletrica è uno dei fattori da cui dipende la densità ossea nelle epoche successive, ed i soggetti neri tendono ad avere, durante la maturità, una densità maggiore rispetto ai bianchi.

La dieta ricca di calcio e povera di grassi animali favorisce l’acquisizione di un elevato picco di massa ossea e ne favorisce il mantenimento durante il declino fisiologico. Nella diminuzione dell’assorbimento di calcio potrebbe avere un ruolo causale l’incapacità di sintetizzare quantità adeguate di vitamina D, forse a seguito di ridotti livelli di ormone paratiroideo o della diminuita attività degli enzimi renali adibiti all’attivazione dei precursori della vitamina D stessa.

Un altro fattore chiamato in causa per spiegare la perdita ossea è la possibilità che un apporto eccessivo di acidi, soprattutto sotto forma di dieta ad elevato contenuto proteico, causi una dissoluzione dell’osso nel tentativo di tamponare l’eccesso di acidi.

Anche l’esposizione al sole, (che permette la formazione di adeguati livelli di vitamina D) ha effetto positivo sul bilancio del calcio nelle ossa: i raggi ultravioletti (UV) catalizzano infatti una reazione che trasforma un costituente della pelle, il deidrocolesterolo, in vitamina D3.

Infine è noto da tempo che vi è una familiarità della malattia osteoporotica; recentemente, è stato messo in evidenza che il polimorfismo in alcuni dei numerosi geni coinvolti nel metabolismo osseo si correla con un’aumentata incidenza di osteoporosi. Il polimorfismo più studiato è quello del recettore della vitamina D.

 

  • Osteoporosi secondaria

L’osteoporosi secondaria si differenzia da quella primaria poiché rappresenta di per sé un’evoluzione o un sintomo di altre patologie o la conseguenza di cattivi stili di vita.

Sono diverse le condizioni che possono generare un’osteoporosi secondaria. Fra queste si possono citare:

-     Anomalie del sistema endocrino: iperparatiroidismo, ipogonadismo;
-     Patologie tumorali del midollo osseo;
-     Terapia cronica con corticosteroidi;
-     Sindrome di Cushing;
-     Patologie epatiche e gastrointestinali che portano a malassorbimento di vitamina D e calcio;
-     Alcolismo, in quanto l’alcol è un inibitore dell’attività osteoblastica.

 

Vitamina D

Per definizione si intende vitamina D, o calciferoli, una serie di composti aventi azione antirachitica, ovvero necessaria ad impedire la malattia del rachitismo caratterizzata da gravi disturbi dell'ossificazione con conseguenti deformazioni ossee e ritardo mentale.

La vitamina D2, o ergocalciferolo, è stata isolata per la prima volta dal fungo che infesta alcune graminacee, tra cui la segale cornuta, (Claviceps purpurea), mentre la vitamina D3, o colecalciferolo, è stata isolata per la prima volta dall’olio di pesce. Entrambe queste forme sono inattive: quando assunte con la dieta saranno i processi di trasformazione chimica attuati dagli enzimi di fegato e reni a renderle biodisponibili. È importante sottolineare che la vitamina D3 risulterà, dopo la bioattivazione, 80-100 volte più attiva rispetto alla vitamina D2.

L’uomo è inoltre in grado di sintetizzare la vitamina D a partire da un precursore, il deidrocolesterolo, con funzione di provitamina, un composto chimico simile per struttura molecolare al colesterolo, situato, come già anticipato nei paragrafi precedenti, sulla superficie della nostra pelle. In questo modo il deidrocolesterolo, irradiato dal sole, potrà essere trasformato in colecalciferolo (vitamina D3), attraverso una reazione chimica catalizzata dai raggi ultravioletti (UV). Un’adeguata esposizione al sole riduce quindi il fabbisogno di vitamina D. Tuttavia sono molti i fattori che riducono l’assorbimento dei raggi solari della pelle, quali un’aumentata pigmentazione di melanina, ipercheratosi, filtri solari (es. creme solari), scarsa esposizione al sole, brevità delle ore di sole, obliquità dei raggi solari (periodo invernale) e presenza di altri fattori, quali lo smog, che impediscono la penetrazione dei raggi UV. Esponendo il 100% della superficie del corpo al sole per un tempo necessario a produrre un lieve eritema (circa 30-45 minuti nel periodo estivo), si garantisce un aumento plasmatico di concentrazione di vitamina D equivalente all’assunzione di una dose orale di colecalciferolo pari a 10.000 UI (pari a 0,025 mg), una concentrazione utile per il fabbisogno giornaliero di una persona sana per 3-5 giorni.

Entrambe le vitamine D2 e D3 non sono attive, ma rappresentano i precursori del composto 1,25-(OH)2D (1,25-diidrossicalciferolo), originato per reazione chimica catalizzata dagli enzimi del rene e del fegato.

1,25-(OH)2D, attivando dei recettori endocellulari posti in prossimità del nucleo della cellula, svolge un ruolo essenziale nella regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo:

-     favorisce l’assorbimento del calcio a livello intestinale;
-     favorisce il riassorbimento del calcio e del fosforo nel tubulo contorto prossimale;
-     favorisce la deposizione del calcio a livello del tessuto osseo.

Inoltre l’1,25-(OH)2D esercita un effetto sulla crescita e sulla differenziazione cellulare sulla pelle, induce la formazione di macrofagi partendo da precursori mieloidi, inibisce la sintesi di immunoglobuline e stimola l’aggregazione piastrinica.

 

Fonti di vitamina D

Gli alimenti più ricchi di vitamina D sono il fegato, gli oli di pesce, alcuni pesci marini (aringa, salmone, sardina). Minori quantità sono presenti nelle uova, nel burro e nel latte.

 

Fabbisogno giornaliero di vitamina D

 

Secondo il regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011, il consumo giornaliero di vitamina D consigliato è di 5 mg. In condizioni normali una buona esposizione al sole ed un’alimentazione varia è sufficiente per soddisfare i bisogni di calciferolo dell’organismo. Tuttavia il medico può prescrive integratori alimentari (Osteo Mg) o addirittura farmaci (Dibase® o Didrogyl®) in caso di carenza vitaminica o in caso di presenza di fattori di rischio quali età avanzata, menopausa o disturbi dell’apparato digerente, per scongiurare il rischio di fratture frequenti e per prevenire malattie dell’osso come osteomalacia ed osteoporosi.


0 Comments | Posted in Alimentazione e Integrazione By Dott. Michele Pelizzari - michele@biolineintegratori.com

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